Psicologia di comunità

Lavorare con la psicologia di comunità nella sanità e nella pubblica amministrazione

Come detto più volte, sono diversi gli ambiti di applicazione della psicologia di comunità. Posti di rilievo sono senza dubbio i contesti educativi, i servizi sociosanitari, gli ospedali e le pubbliche amministrazioni.

Nei servizi sanitari, la figura dello psicologo è abbastanza recente. In generale le funzioni svolte sono quelle di prevenzione, diagnosi, abilitazione, riabilitazione, ecc.

In questo ambito, gli psicologi di comunità, si sono occupati di ottenere la riduzione o la trasformazione delle grandi istituzioni totali (come i manicomi) e la diminuzione del numero dei ricoveri; promuovere la creazione di alternative territoriali, dove assicurare assistenza alle persone incapaci di vivere da soli; verificare l’efficacia dei metodi di trattamento; aggiornare gli operatori; creare programmi di educazione per i cittadini in riferimento alla gestione del proprio benessere.

Nel corso degli anni, soprattutto negli Stati Uniti, sono state fatte numerose ricerche per documentare l’efficienza del trattamento di comunità. È stato rilevato che: all’interno delle istituzioni totali si possono creare le condizioni riabilitanti; i pazienti dimessi in gruppi-famiglia riescono a inserirsi meglio dei pazienti dimessi singolarmente; nei primi periodo post-dimissione occorre fornire aiuti finanziari e occupazionali; occorre preparare le famiglie prima degli inserimenti; occorre aggiornare il personale qualificato.

In generale, agli inizi degli ’80 il processo di deistituzionalizzazione ha avuto diversi problemi e alcuni successi. Era necessario il passaggio dalla psichiatria ad un ambito della salute mentale del territorio, per evolversi verso la prevenzione e non verso la riabilitazione. Per fare questo è necessario attuare: interventi preventivi in ambito scolastico (la scuola deve costruire persone competenti e in grado di gestire con efficienza la propria salute mentale); uso del gruppo come strumento di intervento; la promozione ed uso dei gruppi di auto aiuto; l’utilizzazione di risorse diverse da quelle psichiatriche (come l’utilizzo della comunità come supporto attraverso reti formali, informali e semi-informali); conoscenza e uso del territorio (è necessario valorizzare il concetto di territorio); e promozione del lavoro di rete (importanza della collaborazione tra i vari servizi).

Per quanto riguarda lo psicologo nelle strutture ospedaliere, c’è da dire che sono diverse le funzioni svolte, ma tutte secondo un approccio clinico e comportamentale, il che è limitate rispetto alle potenzialità di intervento.

In Italia la figura dello psicologo in ospedale non ha ancora ottenuto un riconoscimento formale a livello nazionale, anche se sono poche le aree mediche in cui l’utilizzo della psicologia non ha portato vantaggi significativi.

In generale la presenza di psicologi negli ospedali ha un doppio vantaggio: permette di identificare ipotetici portatori di problemi di natura psicologica e produce effetti positivi nell’uso dei servizi medici.

L’intervento dello psicologo in ospedale, dovrebbe però, caratterizzarsi non solo come una consulenza specialistica, ma rappresentare uno strumento in grado di trasmettere conoscenze e competenze psicologiche agli altri operatori, in modo da renderli capaci di rispondere adeguatamente ai bisogni relazionali e psicologi delle persone ricoverate e dei loro familiari.

Come afferma Speed, gli psicologi nei setting medici colgono spesso il bisogno di educare le altre professioni; lo psicologo fornisce servizi psicologici al paziente tramite la consulenza fornita al medico.

L’attenzione degli psicologi si è anche rivolta ai reparti dove vengono ricoverati malati terminali, soprattutto promuovendo gruppi di sostegno e auto aiuto.

In generale il modello integrato di intervento psicologico è il più efficiente, in quanto il solo approccio diretto al paziente non è sufficiente.

Sii il primo a commentare - Cosa pensi?
Pubblicato da admin - 26 aprile 2011 al 09:34

Categorie: Psicologia di comunità   Tags:

Metodologie di ricerca in psicologia di comunità

Nell’ambito psicosociale si possono differenziare diversi tipi di ricerca. Verranno qui descritte quelle metodologie che si propongono non solo di produrre conoscenze, ma anche di provocare dei cambiamenti, le ricerche-intervento.

Più precisamente si considera ricerca-intervento ogni indagine che intende sia raccogliere conoscenze che attuare programmi di intervento nelle organizzazioni.

La psicologia di comunità si è molto soffermata sull’idea che le persone devono essere esaminate nei loro contesti di appartenenza. Questo implica un aumento della complessità, ma ciò è un riflesso della complessità della realtà.

Hobfoll utilizza la teoria dell’etichettamento di Goffman sottolineando quanto sono complessi i processi di significazione all’interno delle comunità, e anche per indicare i criteri di validità che dovrebbe avere la ricerca. Questi sono: aiutare la comprensione della persona nel contesto e generare nuovi modi di leggere i problemi.

Diverse critiche fatte alla psicologia della comunità riguardano l’oggetto di studio (dovrebbe sempre essere la ricerca di soluzioni di problemi che mettano in relazione comunità e individui) e la metodologia di ricerca. In riferimento a quest’ultima, è importante sottolineare che i metodi quantitativi sono parte della psicologia di comunità, ma sono anche dei limiti in quanto sono presi in prestito da altre discipline. L’utilizzo di tecniche quantitative implica sempre una restrizione alle domande che il ricercatore sarebbe interessato a porsi. I metodi di indagine dovrebbero riflettere la complessità dei fenomeni osservati.

Una possibile soluzione a questi problemi risiede nell’utilizzo di tecniche qualitative. Secondo Maton, la metodologia qualitativa è in grado di contribuire a diversi obiettivi della ricerca in psicologia di comunità, come la descrizione degli eventi, la formulazione delle ipoetesi e la valutazione delle ipotesi.

Negli ultimi anni l’interesse per le indagini qualitative è aumentato, acquisendo sempre più credibilità. I fattori che hanno permesso questo sono stati: fattori socioculturali, fattori teorici, fattori tecnologici.

Rispetto alle tecniche quantitative, la ricerca qualitativa propone un ruolo del ricercatore meno impersonale e oggettivante; in questo modo sia la restituzione che la raccolta dei risultati, assumono un valore di ripensamento e di significazione della realtà indagata.

Una particolare ricerca, è la ricerca diagnostica, attraverso cui i ricercatori intervengono in un contesto comunitario per analizzare i bisogni e identificare i problemi. Si possono includere nella ricerca diagnostica, l’indagine epidemiologica e il metodo degli indicatori sociali.

Per quanto riguarda la prima, si fa riferimento allo studio della frequenza e delle cause dei disturbi fisici e mentali. Il principale merito della disciplina è stato quello di individuare il rapporto tra patologie e ambiente.

Il metodo degli indicatori sociali, invece, è finalizzato alla rilevazione sistematica di misure di benessere e malessere in funzione dei diversi gruppi sociali. Gli indicatori possono essere: il tasso di criminalità, di mortalità perinatale, suicidi, disoccupazione, ecc.

In generale, in psicologia di comunità, la ricerca diagnostica si pone l’obiettivo di coniugare le informazioni raccolte con la formulazione o il miglioramento di programmi.

La metodologia della ricerca-intervento è stata introdotta da Lewin negli anni ’40. Secondo l’autore, le teorie scientifiche e la pratica trasformativa possono intrecciarsi in processi in cui le ipotesi guidano le azioni, e le azioni modificano le conoscenze.

Secondo Lewin la ricerca-intervento è un processo che implica diverse fasi: inizia con l’individuazione di un problema, con la raccolta di dati per individuare gli obiettivi, che successivamente vengono tradotti in strategie. I risultati vengono poi valutati e il processo può ricominciare.

I principi base di questa metodologia sono: il rapporto circola tre teoria e prassi e la partecipazione dei soggetti cui l’intervento di conoscenza e cambiamento è diretto.

Gli obiettivi della ricerca-intervento sono quelli di ampliare le conoscenze e modificare situazioni (individuali e/o organizzative), modificare processi decisori e influenzare modalità di organizzazione della comunità. La ricerca-intervento diviene quindi uno strumento utile per incidere su aspetti politici fondamentali nelle comunità, come la partecipazione dei cittadini, il consenso, il potere (mira quindi alla stimolazione della collaborazione).

Si può quindi definire questo modello come un processo attraverso il quale individui e organizzazioni collaborano alla definizione e alla soluzione di problemi comuni mediante un processo nel quale sapere locale e competenza professionale si integrano per promuovere un cambiamento sociale.

Cunningham propone un modello procedurale che sintetizza i principi della ricerca-intervento partecipante. L’autore differenzia tre fasi principali che caratterizzano lo sviluppo di un gruppo di lavoro: sviluppo del gruppo, ricerca e intervento.

Nella prima fase, si possono distinguere un inizio, in base ad un problema da risolvere; successivamente c’è la costituzione del gruppo di ricerca-intervento (un gruppo di lavoro che condurrà la ricerca); in seguito c’è la precisazione delle mete per il gruppo, in quanto è importante che il gruppo conosca gli interessi comuni; infine c’è il training del gruppo di ricerca-intervento (intesa sia come addestramento tecnico, che come evoluzione del gruppo sotto gli aspetti di coesione, interdipendenza, ecc.).

Nella seconda fase c’è la formulazione delle ipotesi, la determinazione del modo di raccogliere informazioni (in questa fase c’è la raccolta dei dati); successivamente c’è l’analisi dei dati, eseguita dal gruppo stesso con la relativa presentazione del rapporto; e infine c’è l’ipotesi di intervento.

Nell’ultima fase c’è la pianificazione dell’intervento, l’organizzazione dell’intervento e l’attuazione del progetto.

In tutta le fase è sempre necessario assemblare tecniche e competenze diverse. Inoltre è importante diffondere le conoscenze, perché in questo modo sia i professionisti che i membri della comunità possono ottenere dei vantaggi.

Al termine di ogni fase, il gruppo opera sempre una valutazione, che funge da feedback.

Come si può notare e come afferma anche Amerio, questa metodologia è la migliore esistente per individuare i problemi tra l’individuale e il sociale e intervenire indirizzando l’azione al cambiamento.

I limiti di questa ricerca risiedono nell’impossibilità di valutare le radici storiche dei problemi sociali, e nella mancata individuazione del legame tra empowerment individuale e lotte sociali.

Sii il primo a commentare - Cosa pensi?
Pubblicato da admin -  al 09:33

Categorie: Psicologia di comunità   Tags:

I gruppi di self-help

Si possono definire i self-help come l’insieme delle misure adottate da non professionisti per promuovere, mantenere e recuperare la salute di una determinata comunità. In genere sono strutte volontarie a piccoli gruppi, costruite per un fine comune, caratterizzati da un’interazione faccia-a-faccia e composti da membri che condividono una situazione, una condizione.

L’etica dei gruppi di auto aiuto si pone come aprofessionale, orientata sui pari (persone che condividono la stessa condizione) e attivistica, cioè prevalentemente esperienziale.

Francescato ha distinto diverse tipologie di gruppi di auto aiuto: controllo del comportamento (persone che vogliono eliminare o controllare un comportamento problematico); gruppi di portatori di handicap o di malattie croniche (composto da persone portatori di un problema, che non hanno la possibilità di cambiare la situazione); gruppi di parenti di persone con problemi gravi (persone legate affettivamente a coloro che hanno un problema); gruppi di persone che attraversano un periodo di crisi (crisi intesto come un cambiamento improvviso, sia positivo che negativo).

Diversi autori descrivono tre interventi che sono presenti nell’azione dei gruppi di auto aiuto: 1) la funzione di scambio informativo, sostegno e identificazione nella dinamica socio emotiva. I membri di questi gruppi vivono una condizione simile, questo permette alcuni processi sul piano socio emotivo, in particolare i membri tendono a ridurre le difese, a comunicare in modo più diretto, a scambiare informazioni sulle esperienze, ecc.

2) possibilità di svolgere il ruolo di helper, cioè di prestatore di cure. Riessman ha elaborato il concetto di helper-therapy, secondo cui chi aiuta riceve egli stesso un aiuto. Infatti svolgere il ruolo di helper accresce il senso di controllo, di autostima, di competenza, ecc.

3) la spinta ideologica presente nei gruppi ha una grande forza trainante.

Questi diversi fattori agiscono in modo differente nei diversi gruppi. Nei gruppi di controllo del comportamento sono i meccanismi di identificazione e modellamento ad avere un peso maggiore. Nel secondo tipo di gruppi, sono la presenza dello scambio emotivo e la possibilità di aiutare gli altri; nel terzo tipo di gruppo sono il sostegno affettivo, strumentale e informativo. Nell’ultimo gruppo sono in azione meccanismi di auto reciproco e di identificazione.

Valutare l’efficienza dei gruppi di auto aiuto è una questione abbastanza complicata. Noventa sostiene che è necessario tener conto di questi indicatori per una buona analisi: la continuità nella partecipazione del gruppo, il miglioramento della qualità della vita, il miglioramento dei rapporti sociali, il raggiungimento di obiettivi particolari, il miglioramento di aspetti comunicativi e relazionali.

Un altro problema è anche la scelta del momento in cui effettuare la valutazione. Infatti, a differenza dei gruppi terapeutici, nei gruppi di auto aiuto non è definito un momento di entrata e un successivo percorso fino ad un punto finale della terapia. La partecipazione può durare per molto tempo, oppure essere molto discontinua. I diversi disegni sperimentali prestano molti problemi (impossibilità di assegnare casualmente i soggetti, impossibilità nel valutare la fase precedente al trauma, ecc), solo il disegno quasi sperimentale è possibile utilizzare, ma con cautela, perché anch’esso non è esente da rischi.

Diversi autori si sono chiesti se i gruppi di auto aiuto sono effettivamente efficaci. La risposta è stata positiva, e anche se le ricerche in merito sono ancora carenti, tutti i diversi tipi di gruppi dimostrano di essere efficaci.

Francescato ha individuato otto fattori utili per valutare l’efficacia percepita, e in base a questi ha costruito una scala di valutazione. I risultati hanno evidenziato quattro fattori importanti nella valutazione dell’efficacia: la responsabilizzazione, l’identificazione, lo scambio di informazioni/consigli e lo scambio amicale.

In Europa i gruppi di auto aiuto sono molto sviluppati. Nel nord-Europa sono maggiormente sviluppati i gruppi in cui non è presente un professionista, viceversa per i gruppi dell’Europa meridionale. Inoltre sono da evidenziare gli e-gruppi, i gruppi di auto aiuto virtuali.

Anche in Italia i self-help sono molto sviluppati, ma la loro distribuzione è maggiore al nord del sud.

È prevedibile che i gruppi di auto aiuto si integrino con il sistema formale di cure. Questa integrazione richiede come presupposto di base un atteggiamento di stima reciproca e l’accettazione delle diversità tra i due sistemi. I pericoli che si possono riscontrare sono, che uno dei due metodi vuole prendere il sopravvento e ambire al controllo, oppure snaturare le proprie caratteristiche, in particolare di spontaneità e motivazione per i gruppi di auto aiuto. Inoltre c’è anche il rischio che i sistemi formali sfruttino i gruppi di auto aiuto per carenze di personale e di strutture.

Per coordinare i due metodi è necessario che il professionista sostenga e promuova la nascita e lo sviluppo di gruppi di auto aiuto nel territorio in cui opera. Nella prima fase, precedente alla nascita, bisogna sensibilizzare le persone, nella fase di avvio, il professionista dovrà offrire il proprio supporto strutturale e di processo. Quando poi il gruppo è avviato il ruolo del professionista sarà marginale. Maguire sostiene che il professionista può supportare i gruppo promuovendo la credibilità nella comunità e tra gli operatori.

È infine importante rilevare come l’utilizzo dei self-help e delle cura formali non siano mutuamente escludenti.

Silverman suggerisce che per creare un gruppo di auto aiuto è necessario: identificare gruppi a rischio, definire un bisogno e coinvolgere i primi operatori. È inoltre importante che nelle prime fasi ci sia una formazione di gruppo, in quanto è necessario che i membri imparino a percepire il gruppo come fonte di sostegno informativo, affettivo ed emotivo.

Oltre a tutti gli aspetti positivi di questi gruppi, si rilevano alcuni limiti, come la limitata capacità di favorire l’empowerment, in quanto non vengono esplorate radici storiche, e gli aspetti sociali dei problemi individuali.

Sii il primo a commentare - Cosa pensi?
Pubblicato da admin -  al 09:28

Categorie: Psicologia di comunità   Tags: ,

L’uso del gruppo come behavior setting e come strumento di intervento

Il gruppo è il luogo privilegiato dell’intervento della psicologia di comunità, infatti quasi tutte le strategie di intervento vengono attuate in gruppo.

I gruppi di cui si occupa principalmente la psicologia di comunità sono i gruppi di lavoro. Questi sono ben diversi dai gruppi di terapia, dai gruppo di dinamica e dai gruppi familiari (ecc.). I gruppi di lavoro sono etero centrati, sono cioè prevalentemente centrati su un compito, un obiettivo da raggiungere, e si focalizzano sugli aspetti consci della relazione. L’aspetto più importante è l’interdipendenza operativa che si crea tra i membri, nel tentativo di raggiungere l’obiettivo.

Muti, opera una distinzione molto interessante tra obiettivo comune e obiettivo identico. Il primo indica in particolare l’obiettivo condiviso dai membri e richiede il contributo operativo di tutti per essere raggiunto e soddisfa bisogni individuali in maniera diversa; il secondo, invece, non richiede un intervento coordinato e soddisfa bisogni individuali sovrapponibili.

Un’altra specificazione importante da fare è per la parola operativo. Il gruppo infatti, acquisisce senso in riferimento all’obiettivo comune, ma sperimenta l’interdipendenza soltanto quando i membri si impegnano nell’operativizzazione dell’obiettivo, quando cioè il contributo operativo di ognuno si integra produttivamente con quello degli altri.

L’autore distingue inoltre il gruppo di lavoro, inteso come un gruppo formale, e il lavoro di gruppo, inteso come il metodo che implica l’esistenza di un obiettivo operativo da conseguire.

L’assunto di base degli psicologi di comunità è che i gruppi di lavoro possono essere dei setting sia positivi che negativi. Gli obiettivi nei gruppi sono quindi volti a migliorare la qualità della vita delle persone che in essi agiscono, migliorando le caratteristiche positive, e rafforzando il senso di potere (empowerment) dei partecipanti ai gruppi di lavoro (evitando ambivalenze onnipotenza-impotenza).

I gruppi di lavoro possono migliorare la qualità della vita se: sono realmente necessari e i partecipanti hanno le capacità di essere membri di un gruppo (non tutti hanno le competenze per essere o gestire un gruppo). Se questi requisiti sono assenti il gruppo crea malessere.

Lo psicologo di comunità, quindi, ha il compito di utilizzare diverse strategie (consulenza, analisi organizzativa, speciali programmi di formazione on the job) per migliorare il setting ambientale.

La letteratura esistente ha fornito molte informazioni sui piccoli gruppi, ma molto poche sui gruppi di lavoro.

Spaltro è uno degli autori italiani che ha dedicato molta attenzione al fenomeno del piccolo gruppo. Secondo l’autore, il passaggio dalla cultura di coppia (alla cui base c’è il rapporto edipico e si caratterizza per unicità di comando, prevalenza della competitività, dipendenza e fedeltà) alla cultura di gruppo (caratterizzata da pluralismo, differenziazione della leadership, coesione e cambiamento) implica lo sviluppo di una mentalità nuova e l’acquisizione della capacità di fare gruppo.

Anche Mucchielli è della stessa opinione, e si sofferma molto sulla formazione al lavoro d’equipe, secondo il quale occorre essere addestrati a comunicare (capacità di esprimersi e di ascoltare), a cooperare, a organizzare il lavoro e a conoscere particolari dinamiche dei gruppi e gestirle.

Una caratteristica delle comunità odierne è la carenza di legami. Le persone riescono a capire cognitivamente il rapporto di interdipendenza, ma non a sentirlo emotivamente. Volpe ha affermato che è necessario, nell’attuale tessuto sociale, formare dei legami deboli, cioè non emotivamente molto impegnati ma comunque in grado di far sperimentare agli individui solidarietà ed appartenenza.

In riferimento a quanto detto, i piccoli gruppi possono avere un ruolo molto importante, in quanto rappresentano una struttura intermedia tra l’individuo e la comunità. Infatti il piccolo gruppo è in grado di soddisfare i bisogni di individuazione di ognuno e contemporaneamente permette la sperimentazione attiva di condizioni di interdipendenza operativa.

Spalrto sottolinea l’importanza, nel gruppo, di avere una mentalità plurale. I comportamenti collettivi sono possibili solo se gli individui sono capaci di sentimenti di appartenenza, e appartenere implica un processo di crescita, di autolimitazione e di differenziazione.

È importante evidenziare come lo sviluppo sociale passa attraverso lo sviluppo di modalità relazionali di complessità crescente (dalla coppia al piccolo gruppo – micro – poi al grande gruppo collettivo – macro – fino alla comunità – mega).

Il piccolo gruppo quindi rappresenta uno strumento ideale per facilitare il passaggio da un livello all’altro. L’autore, inoltre, definisce il gruppo come moltiplicatore, in quanto moltiplica le pressioni della società, ma allo stesso tempo le sue capacità moltiplicatorie possono avere una direzione innovativa.

In questa prospettiva è importante considerare i gruppi di formazione, i quali privilegiano l’aspetto dell’acquisizione di conoscenze nei gruppi e sul proprio funzionamento. Il modello formativo opera una sintesi tra gli approcci più pragmatici e quelli più teorico-ideologici. Prevede un primo momento in cui vengono discussi i principi base della psicologia di comunità e le principali tecniche di intervento. L’obiettivo è quello di aiutare i membri a diventare migliori e a diventare migliori facilitatori.

In generale il modello prevede vari nuclei. Un di questi mira a fornire ai partecipanti schemi teorici e strumenti per osservare e classificare i vari tipi di gruppi (analizzandone le varie caratteristiche), vengono poi individuate le diverse funzioni che il facilitatore può svolgere. I partecipanti al gruppo vengono poi valutati per le loro capacità di svolgere le differenti funzioni.

Altri nuclei si riferiscono a diverse problematiche, proponendo modalità di processo decisionale, comunicazione costruttiva, problemi solving, ecc.

Ogni unità lavorativa può articolarsi in tre momenti: introduzione teoria sul contenuto; esercitazione pratica; discussione finale con addestramento alla rilevazione di indicatori di comportamenti.

I partecipanti che utilizzano questa tecnica imparano a guardare ai problemi dei gruppo da molti punti di vista, e la formazione al lavoro di gruppo aiuta ad attuare progetti di empowerment comuni, e a identificare i punti di forza su cui puntare per il cambiamento.

Con questa tecnica, però, raramente si prendono in considerazioni le origini storiche dei problemi.

Sii il primo a commentare - Cosa pensi?
Pubblicato da admin -  al 09:27

Categorie: Psicologia di comunità   Tags:

L’analisi organizzativa multidimensionale

L’analisi organizzativa è un approccio molto sviluppato perché da molta enfasi al legame esistente tra la crescita dell’individuo e quella del contesto a cui partecipa. In genere, il fallimento di molti interventi è proprio dovuto ad una mancata considerazione delle variabili organizzative nei processi di cambiamento. Nelle organizzazioni lo sviluppo dell’empowerment individuale è permesso da una cultura che favorisce l’autonomia e l’assunzione di responsabilità rispetto a se stessi e all’organizzazione.

Le organizzazioni sono comunque dei fenomeni complessi e non riconducibili ad un unico paradigma interpretativo. Necessitano, infatti, di un approccio multidimensionale in grado di orientare le osservazioni su più aspetti.

Francescato ha sviluppato l’approccio multidimensionale organizzativo partendo dalle convinzioni che è possibile identificare variabili comuni a tutte le organizzazioni; le diverse teorie organizzative sono centrate su diversi fenomeni organizzativi; ogni teoria permette solo una certa lettura; nessuna di queste lettura è più vera dell’altra.

Secondo l’autore utilizzare più di un lettura permette di individuare meglio le problematiche e i punti di forza delle organizzazioni. Nella realtà lavorativa, però, questo procedimento sarebbe troppo complicato e inutile. L’analisi, invece, dovrebbe rilevare i punti forza e i problemi, le variabili a cui i problemi sono correlati e i fattori su cui agire per ottenere i cambiamenti desiderati.

Francescato ha elaborato un modello di analisi organizzativa multidimensionale (AOM) nel quale si prendono in considerazione quattro diverse dimensioni: strategico-strutturale, funzionale (le prime due sono hard), psicodinamica e ambientale (variabili soft).

La prima dimensione analizza come si è sviluppata la struttura da un punto di vista storico, esamina cioè la storia strategica dell’organizzazione. Le fonti di informazioni possono essere i bilanci, lo stato patrimoniale, le forme societarie, le strutture fisiche, ma anche i fattori che concernono la distribuzione del potere e delle ricchezze. Già con questo primo approccio è possibile individuare alcune aree caratterizzate da aspetti problematici e individuare alcuni punti forza.

È importante conoscere gli aspetti strutturali, perché contribuiscono a creare la cultura e il sistema di valori, a favorire o ostacolare la soddisfazione dei bisogni.

La dimensione funzionale, permette di descrivere l’organizzazione solo in riferimento alle funzioni necessarie a raggiungere i risultati prefissati. In questa dimensione vengono esaminati i ruoli e le funzioni organizzative.

Il modello utilizzato per l’analisi di questa dimensione è stato elaborato da Tancredi, il quale considera l’organizzazione come un organismo inserito nell’ambiante e costituito da tre sistemi interagenti tra loro e l’ambiente: il sistema di controllo di gestione (ha il compito di pianificare l’attività lavorativa), il sistema operativo (funzioni connesse al processo di produzione e erogazione dei servizi), il sistema informativo (informazioni sul funzionamento e sui risultati aziendali).

A questo modello sono successivamente state integrate aspetti dell’analisi di Quaglino e di Butera, in riferimento all’analisi dei rapporti tra le attività svolte in un certo tempo e gli obiettivi dell’organizzazione.

Questa dimensione permette di individuare quali funzioni non sono state svolte e quali obiettivi sono stati raggiunti parzialmente o non raggiunti.

Nella dimensione psicodinamica si ha la possibilità di capire un’organizzazione sul piano dei vissuti irrazionali, spesso a livello inconscio. Secondo l’approccio psicodinamico l’individuo è caratterizzato sia da sentimenti positivi nei confronti dell’organizzazione (in quanto offre alla persona un supporto economico e un riconoscimento sociale) sia da sentimenti negativi (in quanto l’individuo è visto solo come un ruolo). Allo stesso modo questi rapporti conflittuali sono vissuti tra superiori e subordinati, differenziando spesso tra persone responsabili e non.

Le diverse tecniche utilizzate per rilevare i vissuti psicodinamici sono le libere associazioni, sceneggiature di film, raccolta di barzellette e motti sull’organizzazione, ecc.

Nella dimensione psicoambientale, secondo Bruscaglioni, ciò che viene studiato è l’influenza dei fenomeni riconducibili al fattore umano sull’efficienza dell’organizzazione. Le variabili utilizzate per analizzare i fenomeni nell’organizzazione sono: fenomeni di gruppo, stili di leadership, comunicazione, bisogni, motivazioni, atteggiamenti e gradi di accordo psicosociale.

L’AOM è un intervento partecipativo, che richiede la presenza di rappresentanti di tutte le professioni. In questo modo si promuove un’analisi partecipata del contesto lavorativo, fornendo a tutti la possibilità di confrontarsi e di far acquisire ai membri dell’organizzazione la capacità di individuare punti di forza e problemi e di saper progettare interventi di miglioramento.

Per realizzare questo intervento è necessario creare un gruppo eterogeneo e il consulente deve presentarsi come esperto di un modello di lettura dei fenomeni organizzativi, e non come un esperto di organizzazioni.

L’intervento inizia con un’analisi preliminare, nella quale si chiede ai partecipanti di individuare punti di forza e di debolezza dell’organizzazione. Successivamente si passa all’elaborazione delle quattro dimensioni.

Conclusa l’analisi si ottiene un elenco di problemi e punti di forza per ciascuna dimensione. L’ultima fase dell’intervento prevede la ricerca dell’interdipendenza tra le quattro dimensioni, in quanto i problemi e i punti di forza avranno una valenza in tutte le aree.

Le finalità dell’utilizzo di questo metodo sono diverse: la formazione-invervento; la consulenza organizzativa e l’autodiagnosi dell’organizzazione (in quest’ultima il metodo viene affidato ad un membro interno).

L’AOM è un intervento molto utile in quanto multidimensionale, ma allo stesso temo non può essere utilizzato in contesti molto gerarchici, per la richiesta di tutti i partecipanti. Inoltre è consigliabile utilizzarlo con organizzazioni sociali, in quanto in queste organizzazioni fornisce prestazioni migliori.

Sii il primo a commentare - Cosa pensi?
Pubblicato da admin -  al 09:25

Categorie: Psicologia di comunità   Tags:

Pagina successiva »