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> <channel><title>Psicologia</title> <atom:link href="http://www.psycologia.it/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.psycologia.it</link> <description>Articoli, commenti e discussioni sulla Psicologia</description> <lastBuildDate>Wed, 15 Jun 2011 17:56:04 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.2.1</generator> <item><title>Diffusione transpersonale</title><link>http://www.psycologia.it/diffusione-transpersonale/</link> <comments>http://www.psycologia.it/diffusione-transpersonale/#comments</comments> <pubDate>Wed, 15 Jun 2011 17:54:32 +0000</pubDate> <dc:creator>admin</dc:creator> <category><![CDATA[I gruppi]]></category> <guid
isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=310</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignright size-medium wp-image-316" title="diffucione-trans-personale" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2010/12/gru_20-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></p><p>Un diverso tipo di commuting è la diffusione tran-personale e trans-temporale, che a differenza del racconto efficace è involontaria.</p><p>Il termine diffusione indica che non realizza un trasporto o uno spostamento, ma un rilascio, un’occupazione silenziosa del campo del gruppo. Ciò che si diffonde sono elementi della storia di ciascun individuo. Più in particolare possiamo definire questi elementi delle qualità, qualità che si riferiscono ad una modalità di stare insieme e di percepire se stessi, che l’individuo ha acquisito nell’ambiente in cui è cresciuto.</p><p>Queste modalità per diffondersi nel campo del gruppo, oltre ad utilizzare la loro forza, utilizzano le forze proprie del gruppo, come la comunicazione. Quando il campo del gruppo viene polarizzato dalla diffusione di qualità come rancore o disperazione, l’emergere di altri sentimenti è impossibile.</p><p>Le qualità che vengono diffuse, anche se apparentemente semplici, sono molto complesse. Un particolare tipo di qualità diffuse sono quelle patologiche, che permettono al paziente, con l’aiuto dell’analista e degli altri membri del gruppo, di affrontarle (fin ad allora il soggetto le ha affrontate da solo).</p><p>L’analista, nel momento in cui c’è al diffusione di qualità patologiche, deve adoperarsi per mantenere attive e vivaci tutte le funzioni del gruppo stesso, per evitare il collasso del funzionamento del gruppo. Inoltre per superare ed uscire dal campo patologico, l’analista e il paziente devono procedere per piccoli aggiustamenti. Quando il campo sarà destrutturato, l’analista e gli altri partecipanti restaurare il campo consentendo le sensazioni e i pensieri del gruppo.</p><div
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isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=570</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignleft size-full wp-image-585" title="carlo-verdone" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/carlo-verdone.jpg" alt="" width="260" height="285" />Reich ha definito i caratteri dello stile coatto come “macchine viventi” riferendosi in particolar modo alla rigidità di pensiero. Con il termine <strong>rigidità</strong> spesso vengono descritte le persone ossessive coatte, e non solo riferendosi ad una rigidità fisica o al persistere in un azione inopportuna, ma anche in una vera rigidità nel modo di pensare. Ad esempio, in una conversazione con una persona ossessiva coatta si verifica una mancanza di incontro mentale, si ha l’impressione di ricevere un attenzione meccanica e di non essere ascoltati. Alcune analogie con gli ossessivi coatti sono state riscontrate con persone che avevano una lesione organica al cervello, nei quali si notava un’attenzione costretta, ovvero non erano in grado di dirigere l’attenzione secondo la propria volontà. Negli ossessivi coatti si riscontra un atteggiamento simile, e in particolare si può notare che la loro <strong>attenzione</strong> è intensa e penetrante, e si concentrano in particolare sui dettagli. Quest’attenzione però anche se acuta, è limitata sia nella mobilità che nell’estensione in quanto sembrano incapaci di permettere all’attenzione di vagare o di essere attratta in modo passivo, restando sempre in una continua concentrazione. In questo modo riescono a cogliere in modo ottimale alcuni aspetti (dei particolari) ma perdono molti altri aspetti del mondo. Questo tipo di attenzione implica inoltre che tutto ciò che viene considerata una distrazione, effettiva o potenziale, è inopportuna e viene evitata.</p><p>Questa capacità tipica degli ossessivi coatti, non è automatica, ma si sviluppa nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, infatti non nasciamo con la capacità di concentrarci intensamente, anzi nell’infanzia siamo preda di facili distrazioni.</p><p>A differenza quindi della persona normale che riesce ad avere sia un attenzione intensa sia a prendere in considerazioni aspetti fugaci, l’ossessivo coatto manca di questa direzionalità dell’attenzione che si presenta come continua, rigida e ipertrofizzata.</p><p>Nella vita quotidiana l’ossessivo coatto è sempre attivo ed ogni azione è carica di sforzo. In ogni attività sembra dove mettere alla prova le sue capacità, e mentre ciò non si nota molto in campo lavorativo, si nota invece in attività ludiche, dove è riposto lo stesso impegno, e quindi lo stesso sforzo. Lo sforzo della persona normale però è differente da quello dell’ossessivo coatto. Infatti per la persona normale lo sforzo è faticoso, mentre per il coatto è travagliato e tormentato.</p><p>Ulteriore aspetto interessante in questa prospettiva è che l’attività in questo contesto non sembra essere libera, ma <strong>imposta</strong>. L’ossessivo coatto non agisce perché vuole fare qualcosa, ma perché sente di dover fare qualcosa, è costretto da qualche necessità o esigenza che egli stesso si impone. Quindi, possiamo definire l’attività dell’ossessivo coatto imposta, e lui stesso l’impositore. L’individuo esercita una pressione costante su se stesso, e allo stesso tempo vive in tensione di quella pressione. C’è da sottolineare però che questa imposizione non è limitata solo ad attività volontarie. Infatti mentre per una persona normale i propri interessi e sensazioni non sono soggette ad una scelta volontaria o predeterminata, nell’ossessivo coatto anche le proprie sensazioni ed emozioni devono essere dirette. Essi non tollerano nessuna interferenza con la loro direzionalità, e non solo non la tollerano dall’esterno, ma non la tollerano nemmeno da se stessi. In questo contesto l’impulso o la sensazione diventano delle tentazioni che possono corrompere il lavoro che si sta svolgendo e interferire con quello che loro vogliono (devono) fare.</p><p>Diventa così importante per l’ossessivo coatto capire e sapere sempre chi è e cosa fare. Una volta stabilito questo il ruolo diventa una direttiva di comportamento che include sia le espressioni che il modo di parlare (ora sono un lavoratore; ora sono un marito). Le pressioni dell’ossessivo coatto e i “dovrei” che si impone si riferiscono a principi morali e per questo aspetto il senso dei dovrei potrebbe coincidere con la funzione del Super-io, che nell’ossessivo coatto viene stimata come troppo severa. Se però la pressione non fosse severa si andrebbe a confondere con le scelte libere del soggetto, e si perderebbe quel senso di direttiva esterna.</p><p>Possiamo quindi definire l’ossessivo coatto come una persona che non si senta libera, e in particolare si sente a disagio proprio nelle situazioni in cui si offre una possibilità di libertà. Le proprie pressioni infatti non sono solo il suo male, ma anche le linee guida da seguire in ogni momento.</p><p>La mancanza di rilassamento e di abbandono che accompagna gli ossessivi coatti non gli permette di vivere esperienze affettiva, e tali settori della vita psicologica tendono a ridursi. Ogni azione che richieda un rilassamento o una deliberatezza è considerata inopportuna e pericolosa.</p><p>È opportuno qui considerare un ulteriore aspetto, di disagio, che spesso provano gli ossessivi coatti. Ci riferiamo alla paura di <strong>impazzire</strong> o di perdita di controllo. Questa paura sembra sorgere quando viene interrotta la loro consueta rigidità. Un’altra paura tipica dell’ossessivo coatto è quella di <strong>prendere decisioni</strong>. Evita in tutti i  modi l’atto di prendere decisioni, ma nessuno può evitarle del tutto, e quando si trova nella necessità di farlo, cerca di trovare qualche regola o qualche principio che potrebbe fornire una soluzione giusta. Se riesce a trovare qualche regola, la necessità di prendere una decisione scompare e si tratta solo di applicare quella regola. Quando invece non riesce a trovare una regola, finisce per logorarsi e lotterà per trovare una soluzione giusta. Nonostante però tutte le esitazioni e i lunghi ragionamento, la decisione risulterà troppo brusca, infatti arriverà ad un certo punto che deciderà di scegliere, e considererà quella decisione una nuova direttiva da seguire a tutti i costi che sia essa giusta o sbagliata.</p><p>Nell’ossessivo coatto si ha quindi una generale perdita della realtà. Si preoccupa spesso di cose assurde, alle quali può non crederci in modo assoluto, ma afferma di poter avere  una determinata cosa (non crede di avere il cancro, afferma che potrebbe averlo). Possiamo infine rilevare una sorta di paradosso nell’ossessivo coatto, infatti è caratterizzato da due aspetti: il dubbio e l’incertezza da un lato, e il dogma dall’altro. La psicoanalisi ha risolto questo paradosso considerando il dogma la soluzione al dubbio e all’incertezza.</p><div
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class="alignleft size-full wp-image-578" title="donna-preistoria" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/donna-preistoria.jpg" alt="" width="200" height="177" />Una delle specificità umane è la trasmissione di ciò che si apprende, da una generazione a quella successiva. L’istruzione nel corso della storia si è articolata e specializzata per fare fronte a problemi sempre più difficili rispetto ai precedenti e le abilità materiali non sono mai state l’unico oggetto di insegnamento. La sopravvivenza delle comunità umane è stata sempre legata alla  sopravvivenza dei suoi membri, di conseguenza saper cacciare, saper comunicare e raccontare ciò costituivano un insieme di capacità inscindibili. Ma pensare che i bisogni (cognitivi, etici, affettivi ecc.) dell’uomo primitivo fossero più semplici di quelli dell’uomo odierno sarebbe una interpretazione arbitraria ed esprimerebbe solamente un imperialismo culturale ingenuo. Ovviante con la classificazione delle culture si è andato diversificando anche il bisogno educativo, così come la vita biologica e sociale tende verso una progressiva diversificazione e classificazione così il sistema educativo tende allo sviluppo di gradi sempre più elevati di complessità. Però se è vero che oggi possiamo assegnare alla nostra civiltà postmoderna, tecnologica e multimediale, una superiorità in campo pedagogico è altrettanto vero che i problemi educativi di fondo, che vanno affrontati, sono sostanzialmente gli stessi di trentamila anni fa (dell’uomo primitivo): insegnare a crescere e mantenersi sani, insegnare compiti, trasmettere tanto le conoscenze quanto gli interrogativi, consegnare vincoli e stimolare il loro superamento, ottenere il rispetto delle  regole comuni ma anche garantire una certa flessibilità individuale per fronteggiare gli imprevisti e i cambiamenti.</p><div
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class="alignleft size-full wp-image-581" title="insegnare-spiegare-clienti" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/insegnare-spiegare-clienti.jpg" alt="" width="260" height="274" />Avendo da imparare tutte queste cose significa che  l’educazione non ha perso il proprio ruolo ma acquisito nuovi compiti in rapporto a problemi e bisogni inaspettati.  Come cultura occidentale imparare a gestire nel miglior modo il processo di mondializzazione-globalizzazione salvaguardando la maggior diversità possibile.  A livello individuale, insegnare a  convivere con la precarietà, l’incertezza, la frustrazione della scelta, per essere consapevoli e non consolati da rappresentazioni favolistiche della realtà.  Insegnare inoltre a ritrovare il contatto con l’esperienza presente del qui ed ora, in un mondo che privilegia qualsiasi cosa sia assente e rappresentabile (desiderabile) mediante simboli. Insegnare inoltre ad essere autonomi in un società che prescrive sempre meno, attraverso la comprensione del senso delle cose ed evitare che l’universo culturale diventi un unico codice simbolico privo di menti in grado di interpretarlo. È ormai superfluo chiedersi se bisogni educare a far di testa propria (tutto sarebbe lecito) o insegnare all’ubbidienza. E’ questa la strategia pedagogica per eccellenza.</p><div
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class="alignright size-full wp-image-588" title="imparare" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/imparare.jpg" alt="" width="200" height="200" /> La nostra esistenza è attualmente caratterizzata dall’esplosione delle possibilità (fare esempi) ma proprio perché il tempo è una di quelle dimensioni della nostra vita non ancora toccate dalla rappresentazione dovremmo prima di tutto imparare a convivere con la frustrazione della rinuncia poiché nonostante si sia allungata l’aspettativa di vita, l’uomo non avrà mai il tempo sufficiente per fare tutto ciò che la società propone come una possibilità o libera scelta.  Concepire inoltre l’educazione come strumento capace di determinare l’avvenire bisognerebbe avere una qualche idea dell’avvenire stesso. Ma tra le tante nuove possibilità emerse, questa, non ci è più data. Nel senso che non abbiamo la più pallida idea del futuro che ci attende. È proprio nel tentativo di rappresentarci un futuro che siamo colti da un senso di vuoto. Per questo, oggi dovremmo anche imparare a convivere con la precarietà delle spiegazioni, e con l’incertezza delle previsioni preparandoci ad un futuro del quale non possiamo sapere nulla.</p><div
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class="alignleft size-full wp-image-590" title="stretta-di-mano" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/stretta-di-mano.jpg" alt="" width="280" height="245" />I processi di divisione e specializzazione del lavoro hanno prodotto un vivere sociale entro cui è altamente sconsigliato sapere fare un po’ di tutto. Inoltre la specializzazione delle cure sociali è giunta ad un punto che non è possibile offrire una relazione d’aiuto informale senza ricorrere ai termini tecnici, che i mass media hanno convertito in slogan.</p><p>È da notare che l’alta specializzazione non è comunque adatta in nessun ambito, perché è impensabile riuscire a trovare un tecnico specializzato per ogni piccolo problema quotidiano.</p><p>Attualmente si può facilmente notare una donna e un uomo che giungono alla maternità non sono in grado di cullare un infante che piange. In questo scenario si sono formati gli asili nidi, anche se non sono ancora un fenomeno diffuso globalmente.</p><p>In ogni caso è ormai inutile pensare di poter rinunciare agli asili nido, ai centri socio educativi o alle comunità per minori, in nome di un ritrovamento dei “veri valori sociali”. Questo significherebbe non solo buttare il sapere accumulato in questi anni, ma anche rimettere nelle mani di qualcuno un problema che gli è stato sottratto tempo fa.</p><div
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isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=559</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignleft size-full wp-image-592" title="il-silenzio" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/il-silenzio.jpg" alt="" width="222" height="300" />In generale, tutto il mondo pedagogico nei suoi diversi contesti, appare costituito da una molteplicità di discorsi su ciò che deve avvenire prima dell’educazione, dopo di essa e di quello che occorre predisporre per farla. <em>Ma dell’evento che accade ora, dello snodarsi dell’interazione educativa, del dirsi e dell’ascoltarsi entro un orizzonte di significati tutto giocato nella concreta esperienza vissuta assieme, sembra non avere parole per raccontare. </em></p><div
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isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=555</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignleft size-full wp-image-598" title="mamma-e-bebe" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/mamma-e-bebe.jpg" alt="" width="260" height="200" />Nel mondo si è formata una situazione quanto meno strana. Le prestazioni sociali che prima si ottenevano gratis, oggi invece si ottengono pagandole. Questo può assumere diversi significati: che si preferisce investire denaro in cambio ti tempo/fatica; che il pagante è nell’impossibilità/incapacità di procurarsi altrimenti ciò per cui si è disposti a pagare; che la prestazione attesa possiede qualcosa di particolare che ne giustifica l’acquisto.</p><p>Analizzando le alternative si nota che la prestazione corrisposta in denaro offre il vantaggio della non reciprocità, e che i professionisti offrono dei servizi che non si riescono ad avere in altri modi. La professionalizzazione delle prestazioni sociali è figlia di questo.</p><div
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isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=553</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignright size-full wp-image-601" title="cambiamento-change" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/cambiamento-change.jpg" alt="" width="300" height="225" />Le pratiche educative costituiscono una delle strategie adattive principali per la specie umana.  Da sempre, la struttura del rapporto tra le popolazioni e l’ambiente porta con se un doppio movimento : un percorso di stabilizzazione dell’evoluzione culturale e un percorso parallelo e opposto di trasformazione continua. In una dinamica di equilibrio-trasformazione-riequilibrio ogni cultura si è sforzata di rimanere fedele a se stessa ma anche di cambiare per non soccombere. L’educazione ha a che fare, dunque, sia con l’integrazione e la dipendenza dell’individuo dalla collettività sia con la crescita della sua autonomia.</p><div
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isPermaLink="false">http://www.psycologia.it/?p=551</guid> <description><![CDATA[ [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><img
class="alignleft size-full wp-image-637" title="evolvere" src="http://www.psycologia.it/wp-content/uploads/2011/04/evolvere.jpg" alt="" width="200" height="144" />Imparare ed insegnare non sono la stessa cosa. Sappiamo che non è possibile imparare qualcosa dall’esperienza degli altri se questi non hanno nessuna intenzione di insegnarla e se fosse il contrario  tutte le forme che le pratiche educative hanno assunto nei millenni sarebbero state una perdita di tempo, e qualsiasi approccio pedagogico all’apprendimento sarebbe destinato al fallimento.</p><p>Per apprendere dall’esperienza di qualcuno occorre che questi abbia l’intenzione di comunicarla.</p><p>“Far vedere” a qualcuno come si fa qualcosa  comprende una serie di atti molto diversi dal fare puro e semplice. Implica una rallentamento dei ritmi, una semplificazione delle procedure, un’esibizione di passaggi  impliciti, una perdita di tempo giustificabile solo per un guadagno complessivo su altra scala.</p><p>È l’ insegnamento che permette di trasformare l’apprendimento individuale in apprendimento per il gruppo, l’apprendimento di un gruppo in apprendimento per una popolazione, quello di una popolazione in quello di una cultura e quello di una cultura in apprendimento per la specie.</p><p>L’insegnamento è in generale ciò che permette alla nostra specie di collegare sul piano ontogenetico livelli biologici distinti trasformando, i tempi storici, i dati adattivi in apprendimenti individuali e collettivi.</p><p>L’insegnamento costituisce una potente e irrinunciabile chance adattiva per l’Uomo. Senza l’insegnamento il linguaggio simbolico sarebbe privo di senso oltre che privato della sua funzione primaria: parlerebbe di un mondo nuovo ogni giorno,  non esisterebbero né pratiche né riti né convenzioni che non fossero geneticamente selezionate,  l’apprendimento si ridurrebbe all’implementazione più o meno creativa di ciò che è implicito nel pacchetto conoscitivo dell’uomo.  Quindi possiamo affermare che in fondo l’uomo è sapiens perché è docens (insegna).</p><div
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