Anoressia mentale e sessualità infantile
Il concetto di sessualità femminile, è stato uno dei più criticati nella teoria psicoanalitica. Lo stesso Freud ebbe delle critiche, soprattutto dal movimento femminista rispendendo soprattutto il concetto di invidia del pene, secondo cui la bambina dopo aver affrontato il complesso di edipo, desidera un bambino, il quale avrebbe il compito di sostituto del pene.
Un punto di contatto tra la sessualità femminile e l’anoressia, è la pubertà. È infatti in questo periodo che l’anoressia fa la sua comparsa, ed è in questo periodo che il corpo subisce i cambiamenti maggiori. Nella prospettiva psicoanalitica, lo sviluppo psichico sarebbe maschile e la donna lo seguirebbe fino al momento della pubertà. In quel momento il desiderio della bambina di diventare un maschio si scontrerebbe con la realtà del suo corpo, che genererebbe nella bambina la meta sessuale genitale passiva della donna.
È noto che la teoria di Freud non considera differente lo sviluppo tra maschio e femmina precedente il complesso edipico. Lo stesso Freud però, non ha mai chiarito del tutto questo concetto, e oggi si considera l’aspetto della sessualità infantile mancante nella teoria psicoanalitica. È importante sottolineare come Freud non consideri nemmeno la vagina come un appoggio per la pulsione sessuale, considerando invece la pelle, la bocca, l’ano, il pene e gi occhi.
Nella descrizione delle tre teorie che i bambini sviluppano riguardo la sessualità, Freud pone alla base sempre la mancanza del genitale femminile, considerando la bambina in possesso di un piccolo pene, che comunque le crescerà.
Nonostante la teoria della sessualità femminile avesse numerose critiche, all’interno della scuola psicoanalitica, Freud non fu mai disponibile ad un punto di contatto con gli altri autori, finendo per definire la sessualità femminile sotto un aspetto biologico, escludendo tale teoria dalla ricerca psicoanalitica.
Anche se fermo sulla sua teoria, Freud era pienamente cosciente e consapevole di tutti i derivati psichici derivanti dalla conformazione anatomica della vagina. Infatti definisce “femmineo” tutti quei tratti che hanno a che fare con la meta pulsionale passiva. Rileva inoltre, come la disposizione del maschietto nella risoluzione del complesso edipico (sostituzione alla madre per avvicinarsi al padre) sia un impostazione femminea dovuta all’originaria disposizione bisessuale.
In generale Freud considera il femmineo non in quanto tale, ma come un non-maschile. Egli considera i genitali femminili come fonte dell’errore, che genera l’angoscia della castrazione nel maschio e il complesso di castrazione nella femmina. Si arriva dunque alla concezione che la pulsione passivo-femmineo, non appoggiandosi a nessuna zona erogena e non producendo nessuno stimolo tale da essere riconosciuto, venga considerata come originaria, innata. Inoltre, la vagina può presentarsi come fonte di molti stimoli spaventosi; per il bambino in quanto la vede per la prima volta, e per la bambina che scopre, non di avere una vagina, ma di non avere un pene!
Abraham fu uno dei primi autori a sottoporre a Freud l’idea che esistesse una libido femminile vaginale già nella prima infanzia, destinata ad una rimozione che darebbe inizio alla fase fallica nella bambina (predominio del clitoride). Ma Freud non accettò mai tale ipotesi.
Un contributo importante in questa prospettiva fu dato dalla Klein. L’autrice ha fatto risalire la differenziazione tra maschio e femmina ad un’età antecedente quella di Freud(la pubertà), sostenendo che le bambine avevano una conoscenza sulla propria vagina, ma che tale conoscenza era negata in quanto causa di angoscia. L’angoscia era dovuta al fatto che la vagina fosse un’apertura verso l’interno del corpo (quindi angoscia anche verso l’interno). La rimozione, quindi, sarebbe dovuta non ad una menomazione nei confronti del pene, ma alla caratteristica della vagina, ovvero essere un’apertura verso l’interno.
Secondo la Klein, inoltre, la ricerca del pene del padre sarebbe per la bambina un derivato della frustrazione orale a cui la madre la esponeva(seno buono – seno cattivo), e che l’esordio del complesso edipico sia dovuto (non al complesso di castrazione) al desiderio orale di incorporazione del pene paterno.
Secondo Deutsch esiste un equivalenza tra capezzolo e pene e da ciò deriverebbero le fantasie di ingravida mento orale. In questo senso la bocca e l’oralità sarebbero i precursori della vagina e dell’eterosessualità femminile.
Horney, sostiene, che la masturbazione della bambina sia un’attività molto precoce, ma successivamente negato (rimozione e contro investimento sul clitoride) per proteggere la bambina dagli attacchi diretti all’interno del corpo.
Un’altra associazione come capezzolo-pene, meno conosciuto ma altrettanto importante, è quella tra bocca-vagina. Di questi quattro elementi in stretto rapporto tra di loro, la vagina non trova spazio, in quanto viene sostituita (difensivamente) dal clitoride, il quale diviene l’organo genitale femminile.
Ritornando al concetto (esposto nel capitolo precedente) della seduzione originaria, possiamo affermare che originariamente tutti siamo stati sia maschi che femmine, penetrati da quel messaggio enigmatico proveniente dagli altri. Quindi il rinnegamento del femminile trarrebbe origini dal rinnegamento della posizione passivo-femminea rispetto all’invasione da parte degli altri.
È questa la passività da cui l’anoressica tenta di difendersi in quanto a essa è legata l’angoscia di un originaria intrusione traumatica.
Considerando la prospettiva di Laplanche, secondo cui la problematica del bambino è quella di chiudersi al mondo per permettere la costituzione dell’Io, la vagina, in quanto apertura verso l’interno ne impedisce il processo. È dunque necessaria la rimozione della conoscenza della vagina, sia nei bambini che nelle bambine, per la costruzione dell’Io.
Possedere un pene-clitoride permette il ribaltamento dalla posizione passiva all’attiva, non averlo invece, condanna il soggetto ad essere penetrato dall’altro.
Così come la seduzione originaria consiste nell’intromissione dell’uno nell’altro, così avviene anche in termini concreti, il corpo del trauma. L’uno e l’altro si incontrano in rapporti di traumi, intesi come apertura, orifizio. Abraham, partendo da un sogno di una sua paziente, ipotizza che esista una teoria infantile secondo cui sia il pene del padre a penetrare la vagina della bambina, e proprio da questa penetrazione avrebbe origine la vagina.
Anche se la bambina nega da subito la conoscenza dell’esistenza di una vagina, ad un certo punto della sua vita, la vagina torna a prendersi prepotentemente il posto che le spetta, con le mestruazioni. Svanisce quel periodo in cui la bambina (fase di latenza) aveva trovato un perfetto equilibrio.
Anche se non bisogna considerare il menarca come episodio traumatico in sé, considerando le osservazioni cliniche (episodio vissuto spesso come drammatico) è necessario approfondire tale concetto. Il menarca segna il passaggio da bambina a donna, anche se tale passaggio non avviene in quel preciso momento, ma è un insieme di cambiamenti che avvengono nell’arco di almeno due anni. Il menarca quindi non deve essere considerato come un episodio traumatico, quanto come un significante.
Quasi sempre, quando un’anoressica racconta l’insorgenza della sintomatologia, la collega ad un evento. Questo evento è quello che Freud definisce proton pseudos. Questo evento è falso, ovvero non è l’evento reale che ha causato l’inizio della sintomatologia, ma quello che la paziente ricorda. In particolare Freud dice che il trauma si verifica in due tempi. Un primo tempo in cui è avvenuto il vero e proprio trauma collegato ad una scienza, definita da Freud come scena II non ricordata dalla bambina perché antecedente alla pubertà e quindi non in grado di elaborarla; il secondo tempo è invece collegato alla scena I, quella ricordata dalla bambina che viene considerata come l’inizio della sintomatologia. Questi due tempi sono divisi dalla pubertà, che permette un processo di risignificazione di eventi avvenuti in precedenza, sia reali che fantasticati.
Quindi se il primo tempo di tutti i traumi riguarda l’originaria rottura tra psico-soma del bambino, il sangue ne rappresenta una ferita aperta. Il menarca dunque diviene significante, in quanto solo dopo di esso la persona sarà in grado di dare significato a tutti i trami precedenti alla pubertà. Il secondo tempo del trauma, invece, riguarda l’attualizzazione, per via associativa, dell’originaria eccitazione anticamente rigettata.
L’adolescenza, però, non è solo il periodo in cui vi sono i secondi tempi dei traumi, ma anche il periodo in cui si da la possibilità a traumi passati di essere rielaborati.
L’anoressia può essere considerata come una forma di rinnegamento della vulnerabilità del proprio corpo. Un varco deve perdere le sue caratteristiche di vulnerabilità (la bocca, la vagina). La mancanza di appetito è solo la forma più evidente di questo aspetto. Nelle bulimiche, invece, quel varco è attraversato continuamente e senza desiderio (abbuffate), l’obesità psicogena, invece, rappresenta un varco che ormai è troppo pieno e non è in grado di accogliere più nulla.
La rimozione della conoscenza della vagina, dura fino a che quest’ultima non sanguina. La vagina che sanguina fa crollare tutte le difese che la persona ha creato, con il rischio di una frammentazione dell’Io. Inoltre l’angoscia di castrazione perde il suo valore simbolico e d’impalcatura, collassando sulle angosce precedenti, le quali richiamano sempre separazioni (separazione dalle feci, separazione dal seno materno, separazione dalla madre alla nascita).
All’anoressica succede una cosa simile a quella che succede ad un bambino appena nato. Infatti il bambino alla nascita si trova di fronte ad una separazione dalla madre, alla quale segue un investimento narcisistico primordiale sul proprio confine. Anche l’anoressica si trova a delimitare una circonferenza che con la pubertà si è di nuovo aperta. Una soluzione a questo è un investimento narcisistico che consente di risanare la ferita aperta. Questa soluzione, però, oltre ad essere portata avanti con l’investimento libidico sull’io (quindi a rinforzare il contenitore), è collegata ad un’implosione della spinta pulsionale (quindi a diminuire la pressione interna). Questo narcisismo sembra essere improntato all’onnipotenza raggiunta attraverso la rinuncia, all’assenza del desiderio. (Vedi pag 127).
È importante tenere presente che la pulsione è sempre attiva. Per l’anoressica questa pulsione attiva è sentita come disorganizzante. Inoltre la pulsione in quanto attiva, è maschile, e per questo minaccia l’integrità psichica della persona perche è di carattere femmineo (in quanto assume una posizione difensiva)
Il modo che ha l’anoressica di vestirsi, il modo in cui si copre anche quando non è necessario è un contenimento al proprio corpo maturo, alla presenza di una pulsione debordante. Avere un corpo senza pulsioni equivale ad averlo più autonomo, più libero e senza dipendenze.
In generale possiamo considerare la sindrome anoressica caratterizzata da due sintomi, l’assenza dell’appetito e la scomparsa dei mestrui. Questi due aspetti sono la testimonianza di un corpo investito libidicamente, e per questo devono essere allontanati. In particolare la no-fame rappresenta il rigetto della libido orale, e il no-mestrui rappresenta il rinnegamento dell’esistenza di un’apertura nei genitali e il rinnegamento di un corpo erogeno.
Anche il dimagrimento potrebbe essere considerato un sintomo dell’anoressia, ma non è il punto centrale della questione. Infatti l’anoressica non dimagrisce perché vuole perdere peso, ma per rigettare lo stimolo alimentare. Il dimagrimento è inteso come spinta alla mortificazione del copro erogeno. L’anoressica, attraverso tutti i suoi sforzi, riesce a ritornare ad essere bambina, infatti non ha più desiderio sessuale, non ha i caratteri sessuali secondari ed è bisognosa di cure.
Tutti questi sintomi sono però la scorza, all’interno della quale c’è un nucleo profondo. L’anoressica infatti, attraverso il rigetto e il rinnegamento (meccanismi di difesa) si difende, e in particolare difende il suo lei, dipende la possibilità di pensare e di esistere in quanto lei. L’anoressica difende la sua stessa esistenza, la sua identità. L’unica cosa che le permette di avere il senso di esistere è dire “io non ho fame”. Il nucleo centrale, il problema profondo per l’anoressica è l’Io. La fragilità dell’Io dell’anoressica non è subito visibile, infatti l’anoressica appare forte, ma nel momento in cui si distrae, nel momento in cui prova a concedersi un pasto normale, l’anoressica cederà le armi per concedersi ad un’abbuffata alimentare. La bulimica rende visibile l’Io fragile dell’anoressica, non riuscendo più a chiudere quell’apertura che prima era impenetrabile. (Vedi pag 133)
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Anoressia mentale e il problema delle origini
Molto spesso si parla dell’anoressia preoccupandosi della relazione iniziale tra madre-bambino. Naturalmente per ciò che riguarda l’anoressia non si può non considerare la relazione madre-bambino in quante è in essa che si sviluppano le prime forme di nutrimento. In questa prospettiva, la madre anoressica, sarebbe quella madre che impedisce all’anoressica di sviluppare la propria autonomia e determinerebbe la successiva necessità, da parte di quest’ultima, di assumere un controlla sulla propria alimentazione come ricerca di controllo.
Questo tipo di discorso presuppone che nel bambino ci sia uno sviluppo psichico precostituito, e che chiede solo di compiersi. Tuttavia le cose non stanno proprio in questo modo. Il bambino, infatti, ha in dotazione la capacità di sviluppare uno psichismo, ma non è stato progettato per questo (un bambino nato e cresciuta in un jungla non lo svilupperebbe).
Per capire il suo funzionamento è necessario conoscere l’origine dello psichismo. Questo è stato uno dei concetti più studiati e sviluppati in psicoanalisi e in questa sede svilupperemo solo tre punti inerenti a questo argomento: lo stato iniziale di inermità del bambino, introduzione della seduzione da parte di altri nella vita psicologica del bambino, e la necessità da parte del bambino di avviare una funzione psichica per tradurre i contenuti in lui intromessi.
Freud ritiene che il bambino si trovi inizialmente in una condizione di inermità, in quanto verrebbe immesso nel mondo prematuramente.
Il lattante nasce con un istinto auto conservativo ad alimentarsi, che nella vita intrauterina è soddisfatto in modo automatico e continuativo. Nel mondo esterno non ha i mezzi biologici ne quelli psicologici per rispondere alle esigenze del suo corpo. Inizialmente in uno stato di quiete, quando arriva lo stimolo della fame, il lattante soffre e non è in grado di capire perché quella sofferenza ne come ovviare ad essa. La necessità di ristabilire quello stato di quiete e il suo stato di inermità producono un accumulo di bisogno, che trabocca in un pianto, l’angoscia! Il pianto, le grida, inizialmente non sono finalizzate, ma solo l’effetto del traboccamento del bisogno. Divengono successivamente finalizzate, quando la madre accorre ed interpreta il pianto del bambino. Questa situazione originaria, generata dall’incontro del bisogno biologico del lattante e dall’inconscio della madre (la quale interpreta, o meglio trasforma il pianto del bambino), si presenta al bambino come un intromissione, è la seduzione originaria.
Freud utilizza il concetto di seduzione ponendolo alla base della sua teoria. Per l’autore la seduzione è alla base dell’insorgenza delle psiconevrosi ed è individuata come traumatica solo se si presenta nei primi otto anni di vita.
La teoria della seduzione presuppone due tempi in cui si attui il trauma, il primo in cui si verifica la seduzione vera e propria, e il secondo in cui un evento, non necessariamente di significato sessuale, richiama per tratti associativi il ricordo della seduzione.
La teoria della seduzione, però, non ebbe vita lunga, in quanto Freud nel 1897 si accorse che i suoi pazienti quasi sempre inventavano le seduzioni che raccontavano. L’abbandono della teoria porta il bambino da una posizione di passività, alla concezione di un bambino perverso, con una sessualità spontanea.
Successivamente Freud, condizionerà maggiormente la sua teoria, supponendo una base ereditaria, e affermando che il bambino nasce con l’es. Questa posizione ha ricevuto da sempre molte critiche, e a tutt’oggi non è da tutti accettata.
Ferenczi, diversamente da Freud, riprende il concetto di trauma sessuale, ed afferma che se hai bambini nella fase della tenerezza si impone più amore si possono avere delle conseguenze patogene. L’autore quindi, ipotizza un diverso linguaggio tra il bambino e l’adulto, il primo infatti utilizza il linguaggio della tenerezza, il secondo invece della passione. Il bambino non è in grado ne di comprendere ne di tradurre il significato sessuale del linguaggio dell’adulto.
Possiamo qui affermare che è l’incontro tra un organismo biologico neonato e un adulto con un inconscio a produrre una nascita psicologica.
Successivamente all’abbandono della teoria della seduzione, Freud vi ritorna affermando che i rapporti del bambino con la persona che si prende cura di lui, sono una fonte di eccitamento e soddisfacimento sessuale. Inoltre afferma che la madre, con i suoi comportamenti, risveglia la pulsione sessuale del bambino e ne prepara la successiva intensità (probabilmente Freud otto anni prima non avrebbe parlato di risvegliare la pulsione sessuale, quanto di impiantare la pulsione sessuale nel bambino).
Con il termine seduzione, quindi, si fa riferimento a tutti quei comportamenti adulti agiti nei confronti del bambino (non necessariamente con sfondo sessuale o erotico). Tutto ciò quindi, che uscito dal contesto biologico, accade tra madre e bambino.
Tutto ciò per il bambino è enigmatico e incomprensibile. (vedi pag. 98)
La domanda quindi che bisogna porsi, è cosa il bambino capirà di tutti i significati sottostanti ai comportamenti dei suoi genitori. In realtà, la prima cosa da precisare, è che un bambino alla nascita è stato preceduto da tutti i discorsi che lo riguardavano, da una sorta di ombra parlata. Tale ombra parlata, dopo la sua nascita, vi si sovrapporrà condizionandolo in tutta la sua esistenza.
È in questo momento che nel bambino è necessario che si formi una funzione psichica che gli permetta di tradurre i messaggi per lui incomprensibili.
Il primo problema del bambino è quindi quello di aprirsi al mondo, ma per fare ciò in un certo senso deve chiudersi. Deve cioè riconoscere un proprio sé ed un Io, che gli permetta di non debordare sugli oggetti esterni o di non essere trafitto dalle seduzioni dell’adulto.
Per ciò che riguarda l’Io, Freud sostiene (nella seconda topica) che questo sia nato da una differenziazione dell’Es. Le funzioni dell’Io sono diverse: ha la funzione di far fronte sia alla realtà esterna in sé, che al sessuale infantile inconscio della madre; è un organizzazione difensiva e ha la funzione di dare ordine e significato alle enigmi per tutto il corso della vita; ha la funzione di prendere tutto ciò che è disponibile ed utile per la traduzione ed utilizzarlo a suo favore.
Quindi l’Io è considerato come quel limite che separa l’interno dall’esterno, tale limite ha origine dalla percezione somatica della pelle.
In “Pulsioni e loro destini” Freud fa una differenza tra lo stimolo esterno, meccanico, e lo stimolo interno, la pulsione. Afferma inoltre che è possibile fronteggiare allo stimolo esterno con un movimento muscolare, la fuga, ma non si può fare lo stesso rispetto alla pulsione. Tuttavia, Freud non ha tenuto conto che esistono degli stimoli esterni che non sono meccanici e a cui non è sufficiente la fuga per sotrarrvisi, come i derivati delle pulsioni degli altri.
L’Io per porre rimedio a ciò che si viene a creare, non può fare altre che fare riferimento alle uniche esperienze di cui dispone. Infatti, non bisogna dimenticare che l’Io è innanzitutto un entità corporea, è un derivato di sensazioni provenienti dalla superficie del corpo.
In questa prospettiva, è l’oralità (una delle prime funzioni riconosciute dal neonato), che si presterebbe a funzione di appoggio utile alla decodifica del messaggio enigmatico proveniente dall’altro.
Secondo la teoria dell’appoggio, la bocca veicolerà il passaggio esterno-interno-esterno per i messaggi enigmatici. Questo sarà possibile attraverso il pervertimento dell’originaria eccitazione istintuale in un eccitazione erogena, che permetterà alla bocca di diventare una zona erogena. Di conseguenza, la spinta pulsionale auto conservativa del bisogno alimentare, si trasformerà in pulsione sessuale orale (nel momento in cui non si ricerca più il nutrimento quanto il contenitore del nutrimento). (vedi pag 104)
Freud, nel saggio “Modi tipici di ammalarsi nervosamente”, indica le principali cause della malattia nevrotica, e afferma che la più frequente è la frustrazione. L’individuo è sano nel momento in cui il suo bisogno di amore viene soddisfatto da un oggetto; nel momento in cui l’oggetto viene sottratto senza un sostituto, l’individuo diviene nevrotico. La frustrazione diviene quindi nevrotica in quanto fa verificare un ingorgo della libido, imponendo poi una scarica sostitutiva attraverso la regressione. Freud, aggiunge poi, che la frustrazione non è solo esterna, ma può essere anche interna. Si tratta quindi, di ipotizzare che anche il soddisfacimento libero pulsionale possa causare una sofferenza. Sembra che quando non esiste un argine, una censura o una frustrazione, siamo noi stessi che poniamo una figura di contenimento al libero sfogo pulsionale.
La frustrazione non deve quindi essere considerata come una prerogativa della realtà esterna. Quando infatti il desiderio si avvicina al compimento e quando tale compimento si avvicina sempre più al desiderio originale, si crea una frustrazione interna, un’esigenza da parte dell’Io di creare una distanza di sicurezza dal conseguimento del piacere.
È importante precisare che non è la frustrazione interna che genera sofferenza, quanto la pretesa pulsionale. La pulsione, per sua caratteristica, per esistere in quanto spinta vitale ha bisogno di un contenitore. In assenza di un contenimento, l’Io, la pulsione si trasforma da spinta vitale a spinta mortifera. La pulsione quindi è fin dalle origini alla ricerca di un contenimento, di un argine che possa costituire il suo limite. Lo spostamento della meta pulsionale da un desiderio originario (omicidio del padre) ad un desiderio accettabile (raggiungere potere nel lavoro) è un buon compromesso per la pulsione. Però, nel momento in cui la pulsione si avvicina troppo al desiderio originario (aspettare che muoia il proprio superiore per prenderne il posto) il contenimento, l’argine creato alla pulsione non funziona più. In questo caso la paura del crollo dell’argine è l’angoscia della frammentazione dell’Io. La frustrazione interna (anche quella esterna) svolge un importante ruolo di contenimento. Infatti se l’Io non dovesse trovare un oggetto confacente alla scarica, cercherebbe una frustrazione nella realtà per evitare la frammentazione dell’Io.
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Anoressia e psicoanalisi: note meta psicologiche
La prima volta che Freud ha parlato di anoressia, l’ha fatto negli studi sull’isteria definendolo un sintomo isterico che si organizza come un rifiuto dell’alimentazione. Come capitò a Freud con Emmy Von N., molte anoressiche nascondono o buttano il cibo invece di mangiarlo. In realtà Freud nei suoi scritti parla di rinuncia alimentare riferendosi ad un rifiuto della sessualità. Perdita di appetito è intesa come perdita della libido.
Freud ha sempre considerato l’anoressia un sintomo di altre patologie, e in particolare in due patologie, l’isteria e la melanconia. Nel primo caso ci si riferisce al significato che il desiderio sessuale assume quando viene inibito, e nel secondo per via della regressione alla fase orale.
Nel 1914 Freud scrive che la pulsione sessuale si appoggia sulla spinta all’alimentazione, e di conseguenza ogni disturbi dell’alimentazione p dovuto ad una incapacità di gestire l’eccitazione sessuale. Freud negli stessi testi mette in evidenza quanto l’obiettivo erotico dell’organizzazione orale ricompare nelle relazioni amorose e nei rapporti di tenerezza con i bambini.
Inoltre, Freud, mette in corrispondenza la repressione della spinta di alimentarsi come cannibalismo, e la paura di essere divorati. La paura di essere divorato mette il soggetto in una posizione passiva. Tale posizione passiva è però rifiutata perché riconduce alle esperienze di impotenza della prima infanzia. In questo modo si passa in una posizione di divoratore, come nel caso della bulimia. Questo però non sembra essere sufficiente, e viene quindi controllato con la proibizione della spinta a divorare, ad alimentarsi. Questo però provoca nella bulimica non solo il divoramento concreto del cibo, ma anche la sensazione di essere divorata da esso. La sensazione è quella di non essere in grado di tenere a distanza il cibo, di essere debole e passiva.
In lutto e melanconia, Freud, considera l’investimento oggettuale narcisistico e afferma che l’Io vorrebbe incorporare in se l’oggetto e data la fase orale, tale oggetto viene divorato. In questa prospettiva si può considerare anche il contrario, ovvero non solo l’anoressia è un sintomo della melanconia, ma anche che da un’anoressia si possa avere una melanconia silente.
È importante ora considerare a fondo il rapporto tra anoressia e sessualità. L’etimologia della parola an-orexia vuol dire senza appetito. Questo non si riferisce solo all’alimentazione, ma a tutti gli appetiti di una persona. L’anoressica è quindi una persona che non cerca e non ha appetiti.
Molto spesso infatti, la vita sessuale è completamente assento, o presente in minima parte, o al contrario è vissuta in modo coatto, in modo simile alle abbuffate alimentari.
È importante sottolineare, che la teoria freudiana non ha studiato, come per l’uomo, lo sviluppo sessuale della donna, anzi anche al centro della teoria sessuale femminile c’è il pene. Secondo Freud il riconoscimento della mancanza del membro e il riconoscimento di un inferiorità del clitoride rispetto al pene, costituiscono il complesso di castrazione della bambina.
In questa prospettiva, secondo Freud, la bambina può seguire tre vie per svilupparsi. La prima, quella più sana, è l’ingresso nell’Edipo, ovvero la bambina abbandona la madre come oggetto del desidero e si dirige verso il padre. La seconda via è quella del complesso di mascolinità, ovvero nella bambina avviene un rinnegamento della castrazione ed una competizione con chi realmente ce l’ha. La terza via, quella meno evoluta, è una completa rinuncia della sessualità. Seguendo queste tre vie, le pazienti anoressiche si sviluppano secondo quest’ultima, ma in realtà è come se esistesse una via intermedia tra la completa rinuncia della sessualità e lo sviluppo di una mascolinità che le rendo competitive e forti.
Nei primi del ‘900 la psicoanalisi considerava l’anoressia nella prospettiva delle fantasie di incorporazione e in particolare molte descrizione sono relative all’ingravidamento orale. Anche se questa lettura in linea generale è superata, il concetto alla base è ancora valido. Infatti la questione è nel porre una difesa ad un assalto pulsionale proveniente dal mondo esterno, che nel caso delle fantasie orali sarebbe costituito da un seduttore che per via orale inocula nell’anoressica qualcosa che poi rimane li e cresce.
Freud, sullo studio dell’anoressia, ci ha lasciati alcuni punti che sono tutt’oggi validi, come il primato pulsionale (equivalenza simbolica data dall’appoggio tra il desiderio di mangiare e il desiderio sessuale), la fissazione allo stadio orale (che determina, attraverso la regressione, la scelta del sintomo), l’età dell’insorgenza, l’adolescenza, caratterizzata dal ritorno della vita pulsionale dopo la fase di latenza.
Dalle osservazione e teorie freudiano ne risulta che non bisogna considerare l’anoressia come un rifiuto ad alimentarsi, quanto un più profondo rifiuto che ha a che fare con la vita pulsionale. Per Freud l’anoressia è legata alla componente orale, in quanto la pulsione sessuale nel corso dello sviluppo del bambino trova delle zone (zone erogene) nelle quali si appoggia. Nel caso particolare dell’anoressia ci sarebbe una fissazione dell’appoggio.
Freud, inoltre, scrive che il principale interesse per il lattante è l’assunzione del cibo, la quale gli provoca un soddisfacimento simile all’orgasmo. In seguito(dopo aver provato piacere nell’assunzione del cibo), il bambino, impara a scindere tale piacere dal nutrimento, per esempio ciucciando. Quindi la pulsione si appoggia all’istinto di alimentarsi e produce piacere, che successivamente non necessita più dell’alimento per ripresentarsi al soggetto. Più in particolare possiamo dire che inizialmente il bambino è mosso dal bisogno di nutrirsi, il soddisfacimento d questo istinto diviene sollievo del bisogno e la capacità di rappresentarsi questo sollievo in assenza dell’oggetto (cibo) fornisce al bambino un piacere dovuto alla stimolazione della zona erogena, che sarà poi ricercata con desiderio.
Quindi, la pulsione, non sarebbe un correlato biologico, ma il frutto esclusivamente psichico della capacità di legare l’esperienza piacevole alla zona erogena stimolata.
L’anoressia può essere definita come patologia dell’adolescenza, in quanto è in quell’età che si sviluppa e nel caso si riscontrano casi di anoressia in età successive, vuol dire che già da prima si poteva parlare di pre-anoressia.
Nell’adolescenza, la donna, subisce notevoli cambiamenti, sia esogeni che endogeni, come il seno le forme, i fianchi, che rendono la donna sessualmente desiderabile.
Nell’adolescenza, inoltre, l’istinto sessuale (ben diverso dall’istinto sessuale biologico della riproduzione) viene rappresentato in uno spazio che non è vuoto, ma è pieno di rappresentazioni e di fantasmi del sessuale pre-sessuale. In questa prospettiva, il corpo sessuato e maturo, rende le fantasie sessuali infantili ancora più forti in quanto, ora, è possibile un passaggio all’atto.
Nell’anoressica, la perdita di appetito sessuale ed alimentare, coinvolge il corpo che è la rappresentazione di un rifiuto della sessualità femminile. Questo porta ad una differenzazione maschio/femmina che non si basa sull’aspetto, ma su fattori sociali, come i vestiti, lo sporto, gli svaghi, ecc.. Il corpo scarnificato e l’assenza delle mestruazioni diventano la palese dimostrazione di una rinnegazione della maturità sessuale.
Secondo Thoma, la trasformazione del corpo femminile produrrebbe nella ragazza anoressica, la sindrome che Freud definisce, ascetismo della pubertà. Tale sindrome prevede la negazione dell’accesso al sessuale nella vita, con un permanere delle caratteristiche della fase di latenza.
(Vedi Pag. 79)
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Anoressia: diario di un’epidemia sociale
Nel corso della metà del novecento, lo sviluppo dell’anoressia come patologia ha avuto un incremento esponenziale. Molti autori si sono domandati il perché di questo, e per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro nel tempo.
L’idea del digiuno e della mortificazione del corpo, risale a Platone. Tale idea è stata ripresa dai cristiani secondo cui solo attraverso la mortificazione del corpo è possibile il ricongiungimento con la spiritualità divina. Nella civiltà egizia, invece, il digiuno veniva praticato come rito funebre.
Dopo il dodicesimo secolo, il digiuno iniziò ad essere pratica comune anche tra le donne, le quali si mostravano più tenaci e forti degli uomini. Diventa quindi, il digiuno, una dimostrazione di resistenza di tenacia e di forza spirituale.
Il comportamento di nutrirsi ha assunto, nel corso degli anni, un significato diverso e lontano da ciò che è per le altre specie animali, ovvero di semplice nutrimento e soddisfacimento di un bisogno biologico. Il fatto che il bisogno di alimentarsi porti una soddisfazione o una frustrazione, ha dato all’alimentazione un significato diverso da quello originale. Lo stimolo, l’oggetto cibo e il gusto hanno pervertito il significato dell’alimentazione, spostandolo da quello originario.
Il controllo dell’alimentazione è quindi sempre esistito, anche se negli anni ’60 si è avuto una maggiore diffusione, e una perdita del primario significato, ovvero la purificazione spirituale.
Questo aspetto è importante che venga considerato. Infatti, se non consideriamo l’aspetto storico e contestuale, possiamo notare come una donna del ‘600 e una donna d’oggi, entrambe anoressiche, utilizzano ciò che il contesto offre loro come giustificazione. Caterina da Siena digiunava perché devota a Dio, la Caterina d’oggi digiuna perché magro è bello!
Nel 1963 la diffusione dell’anoressia non era allarmante come hai giorni d’oggi. Due autrici che in quegli hanno trattato questi argomenti, Selvini Palazzoli e Bruch, si sono riferite a quel disturbo come caratteristico di una classe sociale medio alta, in particolare della borghesia statunitense.
Negli anni novanta, dopo la pubblicazione di molte ricerche, si è verificato un fenomeno di massificazione. Si potevano trovare anoressiche in numero consistente in ogni classe di una scuola superiore europea.
Molto spesso gli autori e gli addetti hai lavori, si sono soffermati sull’influenza dei fenomeni sociali sull’insorgenza e la diffusione dell’anoressia mentale. Negli anni ’60 molti autori trovarono facile attribuire alla comunicazione di massa una delle cause dell’insorgenza dell’anoressia, dovuta ad una insoddisfazione della propria immagine rispetto ai personaggi famosi. Se consideriamo buona questa ipotesi, che la comunicazione di massa con i suoi stereotipi di bellezza abbia condizionato in modo così forte le persone da causarne in molte l’inizio di una patologia, allora negli altri paesi meno sviluppati tale fenomeno non dovrebbe essersi verificato.
A differenza dell’ipotesi dell’influenza della comunicazione di massa, molte ricerche hanno dimostrato che anche nei paesi in via di sviluppo si trovano in numero considerevole persone anoressiche.
Avendo scartato l’ipotesi della comunicazione come influenza sulla diffusione esponenziale dell’anoressia negli anni ’60, un interessante ipotesi viene da Gordon. Secondo l’autore nel momento in cui le aspettative sociali nei confronti di un individuo cambiano, sono frequenti i sintomi di una confusione d’identità. In particolare nel corso degli anni ’60 sono cambiate le aspettative nei confronti delle donne, le quali si sono trovate di fronte a situazioni nuove, che le muovevano verso la competizione, l successo e l’indipendenza. In questa prospettiva, le anoressiche, si sono fatte portatrici di un malessere comune a tutta la società. Il controllo alimentare che le anoressiche esercitano su se stesse e il relativo potere che da esso deriva, sarebbe una difesa che le donne producono di fronte ad un profondo senso di inadeguatezza. (vedi Devereux pag. 59)
Fino ad ora abbiamo parlato dell’anoressia riferendoci solo ed esclusivamente alle donne. Questa patologia però, seppur in numero inferiore, colpisce anche gli uomini. Nel caso di quest’ultimi, le ricerche si sono focalizzate anche su un altro aspetto che sembra essere centrale in questo tipo di patologia, ovvero sull’identità di genere. In generale, infatti, si nota un sostanziale disinteresse per la sessualità in tutti i suoi aspetti.
In media si può trovare un maschio anoressico ogni dieci femmine, invece se si considerano gli omosessuali, le proporzioni raggiungono i livelli delle donne.
Un particolare tipo di anoressia, è la reverse anorexia riferita ai maschi che praticano body building. In questi casi infatti la preoccupazione non è dimagrire, ma aumentare al propria massa muscolare. Molte di queste persone, infatti, presentano elevati livelli di angoscia e una patologica chiusura in se stessi.
Nel 1997 furono dati dei criteri per individuare questo tipo di patologia che venne definita dismorfismo muscolare. Molte di queste persone hanno problemi nella sfera sessuali, dovuti al senso di inadeguatezza del loro aspetto fisico.
È possibile considerare il dismorfismo muscolare, non come la reverse anorexia, ma come la semplice differenza dei sessi. Infatti nel potenziare la muscolatura si raggiunge quella differenziazione, che non trovando più nelle forme femminili, lo tranquillizza, perché così pompato non può che essere maschio.
Il ruolo della donna nella società si è trasformato più nel corso del novecento che in tutta la storia dell’umanità. Oggi la donna è rivolta al proprio futuro, è autonoma e indipendente e ha delle aspettative molto simili a quelle degli uomini. Infatti a differenza del passato, dove il compito della donna era quello di accudire il marito e i figli, oggi la donna non cerca le soddisfazioni nei successi dell’uomo, ma cerca di ottenerle in prima persona. Questa nuova dimensione della donna trova un rifiuto nelle classiche forme della donna prosperosa “materna”. Oggi le forme della donna non devo rimandare all’idea di una buona moglie e una buona madre, ma ad un’idea di forza, dinamicità e competitività.
L’anoressica, in questa prospettiva, non vuole diventare più bella, in quanto priva di interessi per l’altro sesso. L’anoressica vuole essere magra per non essere fisicamente nel mondo, vuole sentirsi una donna forte in grado di far fronte a sacrifici che le persone comuni faticano a portare avanti.
Sembra che oggi le donne stiano rinunciando al loro essere femmina e madre, ad un aspetto presente da sempre nella sessualità femminile. Tale rifiuto è una presa di distanza dalla donna oggetto e dalla donna come sesso debole. Questa trasformazione oltre ad essere un fenomeno sociale, deve essere considerata sotto l’aspetto delle dinamiche intrapsichiche. Sembra infatti, un passaggio da una storica passività psichica in un nuovo attivismo e dinamismo. Ciò che naturalmente accoglieva, oggi propone e pervade.
Categorie: Psicometria Tags: anorexia, magrezza, società
La ricerca in psicologia
L’esperimento di Laboratorio
Alla base della ricerca psicologica, c’è l’osservazione. L’osservazione più precisa è quella controllata. Negli esperimenti, lo sperimentatore per controllare la riuscita dell’esperimento, può confrontare i dati rilevati prima di effettuare un esperimento con quelli rilevati dopo. Molti sperimentatori preferiscono usare un “gruppo di controllo”, ossia due gruppi di soggetti, su uno si sperimenta e sull’altro no.
La prima cosa da fare quando si vuole intraprendere una ricerca è quella di selezionare i campioni. Essi sono soggetti estrapolati da una popolazione che presentano le stesse caratteristiche di tutta la popolazione. Per fare questo è necessario procedere con una selezione casuale. Anche nella somministrazione degli esperimenti bisogna procedere in modo casuale, per evitare e/o minimizzare gli errori. L’errore, nel nostro caso, errore sperimentale, lo abbiamo quando la variabile dipendente non è generata dalla variabile indipendente. L’errore sperimentale minaccia la validità interna, ossia la certezza di causa-effetto tra la variabile indipendente e dipendente. Nel momento in cui abbiamo un errore, possiamo fare due cose per correggerlo: controllo e randomizzazione.
Per controllo intendiamo, tenere costante la variabile che influisce sulla nostra variabile indipendente. Per randomizzazione intendiamo, la distribuzione degli esperimenti hai soggetti in modo casuale. Nell’esperimento è importante tener conto della validità esterna, ossia la possibilità di estendere la ricerca; ogni volta che ripetiamo la ricerca i risultati devono essere gli stessi.
I quasi-esperimenti
Parliamo di quasi-esperimenti, quando non possiamo manipolare direttamente la variabile indipendente e quando non possiamo scegliere i soggetti in modo casuale. In questi esperimenti dobbiamo tener conto delle limitazioni e degli errori che possono derivare da essi.
Al di là dell’esperimento di laboratorio: la ricerca osservazionale
Le ricerche che non rispettano le regole del metodo sperimentale, vengono definite non sperimentali. Tra queste c’è la ricerca osservativi, dove lo sperimentatore può decidere di osservare sul campo o in laboratorio, e scegliere se procedere con un osservazione completa, o solo determinati aspetti. Quanto l’osservatore non partecipa all’esperimento si parla di “osservazione naturalistica”, quando invece interagisce, parliamo di “osservazione partecipante”. Naturalmente la ricerca osservativi non permette di manipolare la variabile indipendente e quindi non assicura la relazione di causa effetto.
Il metodo dell’inchiesta
Nelle ricerche non sperimentali, l’inchiesta è una parte importante. Essa presenta dei vantaggi, ma anche degli svantaggi, tra cui la desiderabilità sociale, ovvero la sincerità delle risposte, che può essere la causa di un errore.
L’intervista
Le interviste possono essere suddivise in, strutturate, semi-strutturate e non strutturate. Ossia dove lo sperimentatore non ha libertà di fare domande a piacere, ha possibilità di interagire con le domande preparate, è libero di fare domande.
Un particolare modo di raccogliere dati attraverso l’intervista è quello del “metodo clinico”, dove l’intervistatore pone una domanda e in base alla risposta formula le altre.
La scelta dell’intervista va fatta in base alla ricerca da fare.
Il questionario
Il questionario è un elenco di domande a cui il candidato è tenuto a rispondere. Le domande possono essere aperte o chiese. La cosa importante nel questionario è quella di evitare domande doppie, dove il candidato non può dare doppia risposta. Nella struttura del questionario è importante fornire le giuste istruzioni per la compilazione.
Il metodo dei test
Un test è uno strumento che comprende prove di diversa natura. Esso deve essere obbiettivo,standardizzato, fedele e valido. Anche se i test hanno dei limiti, restano strumenti di estrema precisione




