Psicologia Clinica

Tre accezioni del termine “inconscio” nella cornice della Teoria della Seduzione Generalizzata

La teoria della seduzione generalizzata sostiene che l’apparato psichico sessuale dell’essere umano prende origini dalle interazioni umane, e non da origini biologiche.

La seduzione si fonda su una situazione a cui nessun essere umano può sfuggire, la “situazione antropologica fondamentale”. Con questa situazione si intende la relazione tra adulto e bambino. L’adulto con il suo inconscio sessuale, fatto di residui infantili, e il bambino che non ha ancora fantasmi sessuali.

Con l’approccio della moderna psicologia dell’infanzia, molti concetti espressi da Freud vengono modificati, come quello di autoconservazione che si trasforma in “attaccamento”; anche la teoria della simbiosi viene abbandonata grazie alle osservazioni delle relazioni primarie che dimostrano la presenza, fin dall’inizio, di una differenziazione tra l’Io e il non-Io.

È importante sottolineare che si parla di situazione antropologica fondamentale e non di situazioni familiare, in quanto la prima può esistere anche in assenza di una famiglia. In questa situazione sono fondamentali i termini di comunicazione e massaggio. Infatti ogni messaggio si produce sul piano conscio-preconscio, ma può anche essere enigmatico, compromesso dall’inconscio. In ogni caso la cosa importante è il tentativo del bambino (in questo caso) di tradurre il messaggio, e il necessario fallimento di esso.

Sia la teoria in generale che la situazione antropologica fondamentale non escludono categoricamente l’aspetto biologico, in quanto ogni essere umano è si psichico ma anche biologico. Ciò che è contestato è il primato dell’ereditario. Infatti esiste una differenza fondamentale tra le pulsioni sessuali dell’infanzia e dell’adolescenza. Inoltre viene contestata anche la nozione di un Es primordiale all’origine della vita psichica.

Nella situazione antropologica fondamentale si trovano un adulto con un inconscio sessuale, ed un bambino senza u inconscio. I messaggi dell’adulto rivolti al bambino, sono carichi di disturbi provenienti dall’inconscio e sono enigmatici sia per l’adulto che per il bambino. il messaggio quindi non può essere colto nella sua totalità, in quanto i codici che il bambino dispone non sono sufficienti. Deve quindi ricorrere a nuovi codici, da lui stesso creati con l’aiuto dell’ambiente culturale.

La traduzione del messaggio enigmatico non avviene in una sola volta, ma in due tempi. Nel primo il messaggio viene ricevuto ma non compreso. Nel secondo il messaggio è riattivato dall’interno e deve essere integrato.

La traduzione ha inoltre il compito di fondere nell’apparato psichico un livello preconscio. Il preconscio corrisponde al mondo in cui il soggetto si rappresenta la sua storia (storicizzazione). Ma poiché la traduzione è imperfetta, ci sono sempre dei resti. Questi resti vanno a formare l’inconscio. Le caratteristiche tipiche dell’inconscio sono l’assenza di temporalità, assenza di coordinazione e di negazione e il realismo dell’inconscio (in quanto non è un secondo senso sottostante al preconscio, ma è ciò che è sfuggito alla traduzione).

Il fallimento parziale della traduzione del messaggio forma l’inconscio “classico”. Bisogna, però, anche considerare la possibilità di un fallimento totale della traduzione, dove il messaggio resta così come acquisito nel primo tempo. In questo caso si forma l’inconscio intercluso (nello psicotico non vi è storicizzazione).

La teoria della seduzione generalizzata permette una visione d’insieme che ingloba sia modelli nevrotici/normali che psicotici/borderline. Questo grazie alla situazione antropologica fondamentale e ricordando che l’inconscio intercluso non è solo costituito dal fallimento totale della traduzione. Infatti, esisterebbe (anche negli adulti) uno stock di messaggi intradotti, alcuni impossibili da tradurre, altri in attesa di essere tradotti.

Le prime considerazioni di Freud e le successive di Dejours, hanno portato a considerare lo psichismo dell’essere umano costituito da un meccanismo nevrotico della rimozioni e un meccanismo perverso del diniego. Questi due parti si ignorano, ma non sono prime di passaggi l’una all’altra e il limite tra le due parti è fluttuante. Nel nevrotico normale l’inconscio rimosso è maggior dell’inconscio intercluso (accade l’inverso nel non nevrotico).

Come detto in precedenza, il bambino per tradurre i messaggi che riceve dagli adulti deve ricorrere a nuovi codici, che costruisce grazie all’ambiente culturale. In questo contesto interviene l’universo del mito-simbolico, che include sia codici classi che schemi più moderni.

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Pubblicato da admin - 21 marzo 2011 al 19:09

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Gli stati limite

Si ritiene che il termine “stati limite” sia stato introdotto da Ferenczi nel 1932 (Diario Clinico) e che da quel momento sia nata una nuova prospettiva. La nascita di questa prospettiva è corredata da molte esitazioni e domande, come se deve essere considerata una nuova entità nosografica, o se deve rappresentare i limiti dell’analizzabile. Molti di questi problemi sono dovuti ai molti fenomeni borderline, come la tonalità depressiva, la scissione, il primato del re-genitale, ecc..

In questa prospettiva si possono distinguere due grandi assi di pensiero. Da un lato Kernberg che ceca di reperire i tratti dell’organizzazione limite, individuando una specifica psicopatologia da insinuarsi tra nevrosi e psicosi; dall’altro si sfrutta tale questione per rimettere in discussione la psicoanalisi stessa.

Se l’inconscio è ciò che riguarda in primis l’analisi psicoanalitica, è invece l’Io ciò che maggiormente attira l’attenzione per l’analisi degli stati limite. Adolph Stern in un suo articolo (1945) scrive che i pazienti borderline arrivano in analisi dopo essere passati per diversi medici, e tutto di loro testimonia i limiti dell’insicurezza dell’Io, l’origine traumatica dello sviluppo patologico. In questa prospettiva l’analisi deve rispondere con un lavoro di integrazione di un Io spezzettato.

Winnicott è uno degli autori che si è occupati di questo argomento. Per l’autore l’analisi consisteva in una situazione in cui l’analista doveva fornire le cure, che la madre non era stata in grado di offrire a quel paziente. Nel 1954 l’autore affronta la questione del conforto, affermando che ciò che rassicura il paziente non sono dei gesti di conforto prestabiliti, ma l’interpretazione del transfert data al momento giusto. Winnicott aggiunge che se l’organizzazione dell’Io è minacciata di crollo, non è possibile fare nessuna interpretazione.

Ogni soggetto, nel corso della propria vita, deve confrontarsi con le problematiche legate all’assenza e alla perdita d’oggetto, e dunque alla permanenza di rappresentazioni di questi oggetti all’interno della psiche. Winnicott afferma che il passaggio dalla relazione d’oggetto all’utilizzazione dell’oggetto implica che il soggetto distrugga fantasmaticamente l’oggetto e che questo sopravviva alla distruzione.

Nei casi limite, però l’accesso a questa transizionalità è reso difficile e sporadico, proprio perché non è assicurato che l’oggetto sopravviva all’attacco.

L’assenza dell’oggetto, infatti, comporta la sparizione dallo spazio psichico del soggetto, in quanto non può essere attribuito alcun senso alla sua assenza, perché l’assenza non può realizzare nessuna costruzione fantasmatica che permette di associare al dolore della perdita una rappresentazione capace di elaborarla (madre morta – Green).

La problematica centrale nei funzionamenti limite è l’angoscia della perdita d’oggetto. In questi soggetti, la realtà esterna, viene utilizzata come una strategia difensiva. Il mondo esterno, in quanto non modificabile, è utilizzato come uno sbarramento che mette in disparte gli stati soggettivi, affinché non siano percepiti dall’altro. È però necessario che questi affetti (pulsioni) siano trovati e percepiti, ovvero legati ad una rappresentazione, in quanto in questo modo la soggettività sia ammessa come realtà interna da sostenere e difendere. Winnicott intendeva proprio questo con la sua frase “essere nascosto è una gioia, ma è una catastrofe non essere trovato”. La realtà esterna è quindi utilizzata per supplire al vuoto interno.

Nelle relazioni con l’altro, i funzionamenti limite, hanno un estrema difficoltà d’accesso all’ambivalenza, ovvero la capacità di ripresentare un oggetto totale, che sia allo stesso tempo buono e cattivo. Tali soggetti fanno quindi uso soprattutto della scissione. Tale scissione riguarda la configurazione edipica (amore per un genitore, odio per l’altro) evitando l’ambivalenza perché questa è inaccessibile.

In questa prospettiva l’odio, implica e necessita, della presenza dell’altro. I movimenti pulsionali di odio evitano il rischio di invasione da parte dell’altro. Inoltre poiché l’altro è odiato, la sua presenza è necessaria, in quanto dimostra che è sopravissuto agli attacchi. In generale l’odio verso l’altro maschera la paura di perderlo, gli oggetti sono malmenati in rapporto al timore di abbandono (angoscia di perdita dell’oggetto).

Un altro aspetto da considerare è che l’odio proiettato sugli altri permette di alleggerire i soggetti dei movimenti pulsionali penosi da sopportare, e permette anche di consolidare i limiti tra dentro e fuori, tra soggetto e oggetto.

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Pubblicato da admin -  al 19:07

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Anoressia mentale: diario di un’epidemia sociale

Nel corso della metà del novecento, lo sviluppo dell’anoressia come patologia ha avuto un incremento esponenziale. Molti autori si sono domandati il perché di questo, e per rispondere a questa domanda è necessario fare un passo indietro nel tempo.

L’idea del digiuno e della mortificazione del corpo, risale a Platone. Tale idea è stata ripresa dai cristiani secondo cui solo attraverso la mortificazione del corpo è possibile il ricongiungimento con la spiritualità divina. Nella civiltà egizia, invece, il digiuno veniva praticato come rito funebre.

Dopo il dodicesimo secolo, il digiuno iniziò ad essere pratica comune anche tra le donne, le quali si mostravano più tenaci e forti degli uomini. Diventa quindi, il digiuno, una dimostrazione di resistenza di tenacia e di forza spirituale.

Il comportamento di nutrirsi ha assunto, nel corso degli anni, un significato diverso e lontano da ciò che è per le altre specie animali, ovvero di semplice nutrimento e soddisfacimento di un bisogno biologico. Il fatto che il bisogno di alimentarsi porti una soddisfazione o una frustrazione, ha dato all’alimentazione un significato diverso da quello originale. Lo stimolo, l’oggetto cibo e il gusto hanno pervertito il significato dell’alimentazione, spostandolo da quello originario.

Il controllo dell’alimentazione è quindi sempre esistito, anche se negli anni ’60 si è avuto una maggiore diffusione, e una perdita del primario significato, ovvero la purificazione spirituale.

Questo aspetto è importante che venga considerato. Infatti, se non consideriamo l’aspetto storico e contestuale, possiamo notare come una donna del ‘600 e una donna d’oggi, entrambe anoressiche, utilizzano ciò che il contesto offre loro come giustificazione. Caterina da Siena digiunava perché devota a Dio, la Caterina d’oggi digiuna perché magro è bello!

Nel 1963 la diffusione dell’anoressia non era allarmante come hai giorni d’oggi. Due autrici che in quegli hanno trattato questi argomenti, Selvini Palazzoli e Bruch, si sono riferite a quel disturbo come caratteristico di una classe sociale medio alta, in particolare della borghesia statunitense.

Negli anni novanta, dopo la pubblicazione di molte ricerche, si è verificato un fenomeno di massificazione. Si potevano trovare anoressiche in numero consistente in ogni classe di una scuola superiore europea.

Molto spesso gli autori e gli addetti hai lavori, si sono soffermati sull’influenza dei fenomeni sociali sull’insorgenza e la diffusione dell’anoressia mentale. Negli anni ’60 molti autori trovarono facile attribuire alla comunicazione di massa una delle cause dell’insorgenza dell’anoressia, dovuta ad una insoddisfazione della propria immagine rispetto ai personaggi famosi. Se consideriamo buona questa ipotesi, che la comunicazione di massa con i suoi stereotipi di bellezza abbia condizionato in modo così forte le persone da causarne in molte l’inizio di una patologia, allora negli altri paesi meno sviluppati tale fenomeno non dovrebbe essersi verificato.

A differenza dell’ipotesi dell’influenza della comunicazione di massa, molte ricerche hanno dimostrato che anche nei paesi in via di sviluppo si trovano in numero considerevole persone anoressiche.

Avendo scartato l’ipotesi della comunicazione come influenza sulla diffusione esponenziale dell’anoressia negli anni ’60, un interessante ipotesi viene da Gordon. Secondo l’autore nel momento in cui le aspettative sociali nei confronti di un individuo cambiano, sono frequenti i sintomi di una confusione d’identità. In particolare nel corso degli anni ’60 sono cambiate le aspettative nei confronti delle donne, le quali si sono trovate di fronte a situazioni nuove, che le muovevano verso la competizione, l successo e l’indipendenza. In questa prospettiva, le anoressiche, si sono fatte portatrici di un malessere comune a tutta la società. Il controllo alimentare che le anoressiche esercitano su se stesse e il relativo potere che da esso deriva, sarebbe una difesa che le donne producono di fronte ad un profondo senso di inadeguatezza. (vedi Devereux pag. 59)

Fino ad ora abbiamo parlato dell’anoressia riferendoci solo ed esclusivamente alle donne. Questa patologia però, seppur in numero inferiore, colpisce anche gli uomini. Nel caso di quest’ultimi, le ricerche si sono focalizzate anche su un altro aspetto che sembra essere centrale in questo tipo di patologia, ovvero sull’identità di genere. In generale, infatti, si nota un sostanziale disinteresse per la sessualità in tutti i suoi aspetti.

In media si può trovare un maschio anoressico ogni dieci femmine, invece se si considerano gli omosessuali, le proporzioni raggiungono i livelli delle donne.

Un particolare tipo di anoressia, è la reverse anorexia riferita ai maschi che praticano body building. In questi casi infatti la preoccupazione non è dimagrire, ma aumentare al propria massa muscolare. Molte di queste persone, infatti, presentano elevati livelli di angoscia e una patologica chiusura in se stessi.

Nel 1997 furono dati dei criteri per individuare questo tipo di patologia che venne definita dismorfismo muscolare. Molte di queste persone hanno problemi nella sfera sessuali, dovuti al senso di inadeguatezza del loro aspetto fisico.

È possibile considerare il dismorfismo muscolare, non come la reverse anorexia, ma come la semplice differenza dei sessi. Infatti nel potenziare la muscolatura si raggiunge quella differenziazione, che non trovando  più nelle forme femminili, lo tranquillizza, perché così pompato non può che essere maschio.

Il ruolo della donna nella società si è trasformato più nel corso del novecento che in tutta la storia dell’umanità. Oggi la donna è rivolta al proprio futuro, è autonoma e indipendente e ha delle aspettative molto simili a quelle degli uomini. Infatti a differenza del passato, dove il compito della donna era quello di accudire il marito e i figli, oggi la donna non cerca le soddisfazioni nei successi dell’uomo, ma cerca di ottenerle in prima persona. Questa nuova dimensione della donna trova un rifiuto nelle classiche forme della donna prosperosa  “materna”. Oggi le forme della donna non devo rimandare all’idea di una buona moglie e una buona madre, ma ad un’idea di forza, dinamicità e competitività.

L’anoressica, in questa prospettiva, non vuole diventare più bella, in quanto priva di interessi per l’altro sesso. L’anoressica vuole essere magra per non essere fisicamente nel mondo, vuole sentirsi una donna forte  in grado di far fronte a sacrifici che le persone comuni faticano a portare avanti.

Sembra che oggi le donne stiano rinunciando al loro essere femmina e madre, ad un aspetto presente da sempre nella sessualità femminile. Tale rifiuto è una presa di distanza dalla donna oggetto e dalla donna come sesso debole. Questa trasformazione oltre ad essere un fenomeno sociale, deve essere considerata sotto l’aspetto delle dinamiche intrapsichiche. Sembra infatti, un passaggio da una storica passività psichica in un nuovo attivismo e dinamismo. Ciò che naturalmente accoglieva, oggi propone e pervade.

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Pubblicato da admin -  al 19:03

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Anoressia mentale: diagnosi e caratteristiche cliniche

L’identificazione dell’anoressia come sindrome risale a più di tre secoli fa, e anche se nel corso del tempo ci sono state delle modificazioni nella sua individuazione, sono sempre esistiti due modi di lettura di questa patologia. Da un lato infatti si è puntato su un origine neurologica (compromissione dei centri ipotalamici che regolano la fame), dall’altro lato si è data maggiore importanza all’aspetto mentale e al mondo interno del paziente.

A differenza dell’anoressia, la bulimia è stata individuata in tempi recenti in seguito ad uno studio condotto da Russell in Inghilterra.

Nel corso degli anni, diversi psicologi e psicoanalisti (come Binswanger, Kraepelin, Bleuler) si sono occupati di pazienti con sintomi anoressici, e i diversi autori (quasi costretti a doverle inserire in categorie predeterminate) ne hanno individuato tratti psicotici, narcisistici, nevrotici. In generale possiamo considerare i diversi aspetti individuati come veri, in quanto l’anoressica è una persona narcisistica, melanconica, con comportamenti coatti e ripetitivi (nevrosi ossessiva) e anche con aspetti isterici.

Per la diagnosi di anoressia, come per la diagnosi di ogni altra patologia mentale, si utilizza il DSM-IV, un manuale all’interno del quale si trovano elencate le diverse patologie e i sintomi richiesti per poter fare quel tipo di diagnosi. L’anoressia è inserita nella categoria “disturbi alimentari” insieme alla bulimia e ai disturbi non altrimenti specificati. Sia l’anoressia che la bulimia sono indicate con il suffisso “nervosa” (per indicarne l’origine biologica), anche se sarebbe più corretto come suffisso “mentale”. Inoltre l’anoressia nervosa viene suddivisa in restrittiva (in cui c’è astinenza di alimentazione) e con abbuffate e strategie compensatorie (il soggetto assume enormi quantità di cibo per poi utilizzare strategie per l’espulsione).

I criteri diagnostici che bisogna soddisfare per poter fare un determinato tipo di diagnosi, anche se utili in termini di semplicità e di un linguaggio universale, sono insidiosi in quanto raramente una malattia mentale può essere compresa senza prendere in considerazioni le caratteristiche personali o il vissuto storico.

Al di la di questa critica, i criteri diagnostici per l’anoressia riguardano il rifiuto di mantenere un peso normale, la percezione del paziente di essere sempre grasso, la dipendenza dell’autostima dall’aspetto corporeo, ad una perdita del 25% del peso minimo e ad una perdita del ciclo mestruale. Tutti questi criteri difficilmente vengono soddisfatti dalle anoressiche, individuando in questo modo un numero molto minore delle anoressiche realmente esistenti.

Anche per quanto riguarda la bulimia il DSM-IV individua due sottotipi di identificazione in base alle strategie compensatorie utilizzate, con condotte eliminatorie (vomito, lassativi, diuretici, ecc.) e senza condotte eliminatorie (dieta o esercizio fisico).

Tempo fa veniva considerato come un disturbo dell’alimentazione anche l’obesità. Attualmente è inserita in un’altra categoria, “disturbo da alimentazione incontrollata” una delle categorie che vengono individuate dal manuale utilizzabili per soli scopi di ricerca.

Questo disturbo è molto simile alla bulimia, tranne che nell’obesità non sono previste strategie atte all’eliminazione delle calorie assunte. In uno studio condotto con pazienti bulimici e obesi, le uniche differenze riscontrate sono state nell’insoddisfazione per il proprio corpo. Infatti i pazienti bulimici erano più insoddisfatti degli obesi, che invece erano abbastanza soddisfatti del loro corpo. Questi dati possono essere considerati come un rinnegamento del proprio corpo da parte degli obesi, che non se ne interessano, quasi come se non fosse il loro corpo.

È bene fare una precisazione e una differenzazione tra la psichiatria e la psicoanalisi. Infatti quest’ultima non si preoccupa di inserire il paziente in quadri diagnostici, ma cerca di interpretare i sintomi collegandoli alla storia del soggetto.

L’anoressica che si presenta ad un colloquio ha un età compresa tra i 14 e i 20 anni ed è accompagnata dalla madre o da un parente. L’abbigliamento che indossa è quasi sempre abbondante e si siede in posizione scomode, senza mai mettersi a proprio agio. In genere non ha mai nulla da dire e non ritiene di avere un problema. Invitandola a parlare si presenta come una ragazza normale, che non pensa troppo al futuro ma concentrata sui suoi studi. In genere le piace molto cucinare, anche se non assaggia mai quello che cucina perché non ha fame. Si sazia con un po’ di frutta o con verdure. Anche se da diversi mesi non ha più le mestruazioni non se ne preoccupa, diversamente da tutti gli altre che le stanno vicino.

L’anoressica si presenta quindi come una persona decisa, sicura e con grandi risorse. Questa impressione che da inizialmente è un esca a cui molti medici abboccano, considerando soltanto l’aspetto del peso e dedicandosi esclusivamente ad esso.

L’incontro con la bulimica, invece, è molto diverso. La ragazza in genere ha dai 25 ai 30 anni e giunge al colloquio da sola e molto sofferente. La prima cosa che fa è comunicare che da diverso tempo ormai le capita di non riuscire a controllarsi e di fare delle abbuffate alimentari. Anche se vorrebbe smettere non vi riesce, e si ferma solo quando è completamente piena e si sente di scoppiare. Dopo un abbuffata è disperata, si sente grassa e inutile e deve assolutamente fare qualcosa per evitare che il corpo assume tutte quelle calorie. Per fare questo utilizza diversi metodi, che possono essere il vomito autoindotto (con il tempo l’anoressica riesce a vomitare automaticamente), l’utilizzo di lassativi, l’esercizio fisico per bruciare le calorie o assumere farmaci anoressizzanti e fare diete rigidissime.

La ragazza bulimica è l’anoressica di cinque anni prima, la differenza è che nella bulimica la barriera che la riparava dalla perdita del controllo si è irrimediabilmente lacerata. Di solito questa incapacità a controllarsi si espande anche ad altri campi differenti dall’alimentazione, come il campo sessuale o all’assunzione di droghe e alcool.

Capita spesso, sia da parte di psichiatri che psicologi, che si faccia troppa enfasi sul reale peso della paziente. In realtà l’aspetto della paziente non dovrebbe interessarci in quanto questo è un aspetto che distrae dal vero nocciolo della terapia, ovvero concentrarsi sul vero aspetto della paziente, quello che lei ci descrive.

L’anoressica quindi, non è malata perché p magra, ma è magra perché è malata. Naturalmente questo non vuol dire che l’anoressica non abbia bisogno di un aiuto medico, anzi nei casi gravi è necessario per il recupero degli equilibri biologici.

Il problema centrale dell’anoressica, non è il suo peso, quanto lo stato di parlasi in cui si trova il suo psichismo. La paziente è bloccata, non è in grado di avere dei rapporti sociali o amorosi e non è in grado di progettare il proprio futuro.

Oltre all’aspetto fuorviante del peso, anche dare eccessiva importanza alle altre persone (vedi relazione con la madre da bambina, ecc.) è sbagliato. Ciò che accade nella vita di una persona è destinato ad essere elaborato da esso, e in base alle diverse persone prende diversi significati.

Ancora un altro aspetto è importante considerare, quello relativo alla considerazione dell’anoressia come patologia che riguarda il rapporto della persona con il cibo. Questo non è vero, il problema in particolare riguarda la persona con lo stimolo di fame. Questo stimolo, in particolare nella nostra cultura, ha assunto significati diversi che ne hanno pervertito il senso. La fame è originata da un corpo biologico, ma è significata da un corpo erotico. Lo stimolo della fame assume un valore simbolico di natura sessuale, ed è in risposta a questo stimolo alimentare-sessuale che l’anoressia manifesta la propria sintomatologia.

Il fattore Y può quindi essere considerato come il lavoro psichico che ha lo scopo di dare un significato a ciò che altrimenti non ne avrebbe o ne avrebbe uno solo. Il lavoro analitico deve quindi essere rivolto, non alla realtà dei fatti, ma al lavoro di traduzione operato dal paziente che gli fa portare in seduta delle rappresentazioni che sono si in parte reali, ma sono soprattutto associazioni inconsce legate alle sue pulsioni.

Ci sembra quindi che la magrezza della ragazza e i suoi disturbi alimentari, siano il risultato del lavoro psichico che la sta proteggendo da qualcosa che sia noi che lei ignoriamo. È quindi inutile provare a risolvere i suoi sintomi senza occuparsi di ciò che li sta generando.

Il passaggio dall’anoressia alla bulimia, in clinica è ben documentato. Si nota in questo passaggio come ci siano un inversione di preoccupazione. Nell’anoressia la ragazza non è per niente preoccupata, mentre i parenti lo sono e si preoccupano di curarla, viceversa nella bulimia (meno visibile all’esterno) è la ragazza ad essere preoccupata e a recarsi da uno psichiatra mentre i parenti lo sono di meno. È interessante notare come, al contrario di ciò che le statistiche ci dicono, si parla molto più di anoressiche che di bulimiche, anche se quest’ultime sono molto di più delle anoressiche. Il motivo di ciò probabilmente è che tutti sanno che la ragazza bulimica è una ragazza non-più-anoressica. Anche se esistono enormi differenze tra le due patologie, possono essere considerate espressione di una stessa condizione psicopatologica.

Un’autrice, Silvia Palazzoli, introduce due concetti per l’anoressia, attivo e passivo, dicendo in particolare che la malattia inizia in una forma passiva (semplice rifiuto del cibo), per poi trasformarsi in una forma attiva (assunzione di purganti, clisteri, vomiti, ecc.). Questa considerazione parte dalla considerazione dell’anoressia come disturbo alimentare. In realtà se si considera la questione alimentare come un sistema difensivo, l’anoressia iniziale può essere definita estremamente attiva, nella bulimia invece si perde la forza, la parte attiva, e si è vittima di una forte senso di debolezza, di passività. L’abbuffata alimentare sembra il crollo della struttura difensiva.

Nella bulimica, che possiamo considerare come di un anoressia perduta o mancata, la perdita del controllo alimentare sembra l’avvicinarsi al nocciolo della questione, ovvero ciò da cui l’anoressica prende le distanze.

Un importante autrice, la Bruch, ha evidenziato tre aspetti importanti sull’anoressia. Il primo riguarda il disturbo dell’immagine corporea, inserito anche nei criteri diagnostici del DSM-IV. Molti autori ritengono che le anoressiche hanno una percezione alterata della propria immagine, cioè la ragazza continua a non mangiare perché continua a vedersi grassa. Effettivamente l’anoressica continua a voler dimagrire perché non è mai soddisfatta del dimagrimento raggiunto, questo però non implica che l’anoressica abbia una percezione distorta della realtà. L’anoressica vede benissimo, ed è molto soddisfatta di vedersi così magra. Inoltre la sua capacità di controllarsi e il suo vedere il corpo sempre più scheletrico, fanno da rinforzo in quanto testimoniano la mancanza di appetito che la ragazza cerca.

Il secondo aspetto che la Bruch sottolinea è legato all’incapacità dell’anoressia di distinguere correttamente lo stimolo della fame e della sazietà. Questo sintomo è spesso presente nelle anoressiche, ma ciò non significa che sia all’origine della sintomatologia. L’alterazione del riconoscimento degli stimoli della fame e della sazietà è la dimostrazione del successo dell’anoressica. La ragazza, infatti ha organizzato la sua sintomatologia proprio per liberarsi dello stimolo della fame.

Il terzo punto indicato dalla Bruch è il senso di impotenza e di inadeguatezza, la bassa autostima della ragazza anoressica. Più precisamente possiamo vedere che nelle anoressiche si presentano due posizioni, la fragilità e la roccosità. Questo può essere descritto come delle trasformazioni che insieme concorrono alla costruzione di uno spazio in cui anoressica riesce a trovarsi, ad identificarsi, uno spazio allucinotico dove l’anoressica trova il proprio spazio.

Nelle analisi con le pazienti anoressiche è facile imbattersi in quello che può essere definito effetto pendolo. Si osserva infatti un’alternanza tra stati d’umore, un’alternanza tra comportamenti alimentari anoressico-bulimco, un’alternanza tra un senso di onnipotenza-impotenza. Questo effetto è visibile sia nel setting analitico (dove il paziente ha molte difficoltà a dire “io”) sia nella vita quotidiana del paziente. Quanto maggiore sarà il successo, tanto più intenso sarà il senso di dipendenza dall’altro, quanto più si è in grado di dire io, tanto più si avrà poi l’effetto opposto. Anche l’alimentazione, come tutto il resto, ha un andamento oscillatorio che ha che fare con questioni legate al senso del sé e in generale al problema dell’identità. Un Io poco strutturato ha una grande angoscia ogni volta che deve gestire un assalto pulsionale, perché non è in grado di gestirlo. Così l’anoressica è spaventata dal suo desiderare proprio perché non si sente in grado di organizzarlo e rappresentarlo in modo accettabile. L’anoressica teme che se dovesse lasciarsi andare ad un piccolo assaggio, non sarebbe più in grado di interrompere quel desiderio che rischierebbe di sopraffarla.

Considerando sempre l’anoressia come una complessa difesa nei confronti della perdita di controllo all’alimentazione, introduciamo il concetto di angoscia. In particolare possiamo individuare due tipi di angosce. L’esperienza della bulimica, in cui si ha un senso di inadeguatezza e la perdita di controllo, può far pensare all’assenza o alla perdita del pene, quindi ad un angoscia di castrazione.  Il secondo tipo di angoscia dipenderebbe dallo stimolo alimentare che destruttura lizza le funzioni egoiche atte a mediare e organizzare la ricezione degli stimoli. L’angoscia in questo caso sarebbe relativa alla perdita di queste funzioni.

A differenza dell’anoressica e della bulimica, la persona obesa ha un’aspettativa di vita inferiore a quella di una persona normale.

In genere l’obesità indica una condizione di grave sovrappeso, e l’obeso è in questa condizione perché mangia troppo. La domanda da porsi è, perché una persona mangia così tanto anche se va in contro a dei rischi?

Proprio come nella bulimia, il soggetto si sente costretto a compiere delle grandi abbuffate, ma poi non intraprende delle strategie compensatorie. Anche se esistono diversi tipi di obesità, alcune delle quali derivano da disfunzioni biologiche, tutte sono degne di essere affrontate in termini psicologici, infatti come per l’anoressia e la bulimia, l’obesità è la soluzione del lavoro psichico ad un problema più profondo.

Il bisogno alimentare nel bambino, per molto anni, è dipendente da un’altra persona,la persona che si prende cura di lui. In questa prospettiva si può vedere il controllo che l’anoressica esercita sull’alimentazione come una sorta di autonomizzazione dalla dipendenza. È qui utile descrivere l’ipotesi avanzata da una psicoanalista, Joyce McDougall, che considera i disturbi alimentari come addiction. Il termine inglese addiction indica il comportamento attraverso cui un individuo viene reso schiavo; quindi le sindromi di addiction descrivono i comportamenti attraverso cui un soggetto diviene schiavo di qualcosa. La psicoanalista ritiene che questi comportamenti siano volti allo sbarazzarsi dei proprio sentimenti e che il soggetto sia alla ricerca del piacere attraverso la dipendenza. Per ciò che riguarda i disturbi alimentari, la Joyce, si riferisce in particolar modo all’obesità psicogena.

Secondo l’autrice, le madri inibirebbero il percorso di automatizzazione del bambino, in modo da creare una dipendenza alla loro presenza. Il futuro adulto sarà così alla ricerca di oggetti che possano temporaneamente svolgere la funzione materna che l’individuo da solo non è in grado di fare. Gli oggetti, però, saranno sempre fallimentari in quanto non hanno caratteristiche psicologiche ma solo somatiche. Tali oggetti vengono definiti transitori.

La differenza che si può e si deve considerare tra le anoressie e le dipendenze, è che l’oggetto delle dipendenze è un oggetto reale, mentre nell’anoressia (contrariamente a quanto si crede l’oggetto di dipendenza non è il cibo) vi è una dipendenza nei confronti del proprio bisogno/desiderio nei confronti della propria corporeità da cui tenta di automatizzarsi.

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