Psicologia dal medioevo al rinascimento
Malgrado le solide basi greche, il pensiero romano e poi quello cristiano non apportano grossi frutti.
Plinio il Vecchio, pone la sede della mente nel cuore, ma la mente attraverso il pneuma, all’interno delle arterie, viene portato al cervello.
Galeno (131-200 circa d.C.) aggiunge un terzo tipo di pneuma, derivato dai vapori del sangue e regolatore delle funzioni corporee, il pneuma fisico (teoria accettata sino al XVII sec., sino alle ricerche di Harvey sulla circolazione, 1628).
Nell’epoca Medioevale, con la cultura cristiana, la situazione peggiora: per molti secoli gli studi anatomici vengono vietati, e i contravventori puniti con scomunica e rogo.
Solo sulla fine del XIV sec., e nei secoli successivi, con il Rinascimento, le condizioni cambiarono e nacque di nuovo l’interesse per l’uomo, ma soprattutto una particolare attenzione verso la natura; sulla scia di magia ed alchimia, si attribuisce ad essa una forza, un’energia prodigiosa, né bianca, né nera e né soprannaturale.
Pico della Mirandola, a tal proposito, afferma che queste influenze, che agiscono all’interno dell’universo, sono regolate da leggi matematiche. Di qui, l’enorme importanza dell’astrologia: “gli astri esercitano la loro influenza sugli eventi del mondo”.
Siamo ancora molto lontani dalla scienza moderna, ma l’imponente muraglia medioevale-cristiana comincia a sbriciolarsi.
Bacone osserva però che…
“Maghi, astrologi e alchimisti si comportano come formiche, accumulando cose senza alcuna elaborazione; i dottori aristotelici, presenti nelle università, si comportano come ragni, tessendo tele senza alcun rapporto col mondo; i veri filosofi, gli scienziati, invece, si comportano come api, che prendono dall’esterno il nettare e lo rielaborano personalmente trasformandolo in miele”.
La psicologia nel pensiero greco
In quasi tutte le antiche civiltà, come quella greca, non è assolutamente chiaro il rapporto tra sistema nervoso e attività psichica e quasi sempre quest’ultima viene collocata nel cuore. Ma anche al cervello viene assegnato un certo ruolo.
Pitagora (circa 570-489 a.C.) distingue 3 facoltà psichiche: “Intelligenza, Ragione, Passione”, le prime due localizzate nel cervello, l’ultima nel cuore (uomo e animale hanno in comune solo intelligenza e passione, mentre la ragione, l’unica immortale, è specifica dell’uomo).
Alcmeone, filosofo e naturalista greco, l’unico a collocare le facoltà psichiche nel cervello e uno dei pochi a praticare, malgrado i tabù, la dissezione dei cadaveri.
Empedocle, introduce la possibilità che il principio guida delle attività psichiche sia nel sangue (nozione sviluppata in seguito da Aristotele).
Ippocrate di Cos (circa 469-361 a.C.), medico ma soprattutto filosofo, fonda una vera e propria scienza dell’uomo in cui confluiscono osservazioni sociologiche, psicologiche, fisiologiche:
«il medico deve studiare i costumi, le istituzioni sociali, il regime, il modo di vita, l’età di ognuno, i discorsi, i silenzi, i pensieri, il sonno, l’insonnia, i sogni, i gesti involontari».
È importante ricordare anche la sua dottrina caratterologica (ripresa da Pavlov e da Eysenck): vi sono 4 umori corrispondenti ai 4 elementi indicati da Empedocle, il sangue (aria calda e umida), la bile nera (terra fredda e secca), la bile gialla (fuoco caldo e secco), il flegma (acqua fredda e umida); a seconda del prevalere di uno di questi 4 umori sugli altri, la persona svilupperà un comportamento rispettivamente sanguigno, melanconico, collerico, flegmatico.
Ancora più importanti i suoi studi neurologici; afferma che il cervello è l’organo più potente del corpo, che gli organi di senso agiscono in dipendenza della sua capacità, che le menomazioni delle facoltà intellettive derivano da traumi cranici; descrive l’apoplessia, i deliri, le allucinazioni, l’epilessia (nel Del male sacro, vista come malattia cerebrale).
A partire da Ippocrate, comincia ad affermarsi il concetto di uomo come oggetto di studio: “l’uomo è parte della natura, e può essere studiato con i metodi delle scienze della natura”
Aristotele è colui che sottolinea decisamente quest’ultima concezione. Prima di tutto tenta di costruire accanto ad una psicologia dell’uomo (Dell’anima è il primo esempio di testo psicologico) anche una psicologia animale e una psicologia infantile. Secondo i suoi studi, inoltre, il cervello, pur avendo con il cuore il controllo della vita corporea, ha un ulteriore potere di “raffreddamento” sul cuore, che svilupperebbe un calore eccessivo nelle sue attività, quindi il cervello interviene indirettamente nelle funzioni mentali.
Teofrasto, successore di Aristotele, ci lascia un’analisi completa delle teorie percettologiche greche.
Erasistrato ed Erofilo si ricordano per le descrizioni anatomiche del sistema nervoso; descrivono il cervelletto, isolano i nervi ed Erasistrato li distingue in sensoriali e motori. Soprattutto fondano la teoria pneumatica del comportamento (ripresa da Galeno): si distingue un pneuma vitale, con sede nel cuore, da un pneuma psichico, con sede nel cervello – nel descrivere l’azione dei muscoli del p.vitale Erasistrato formula per la prima volta il concetto di riflesso (in seguito sviluppato sempre da Galeno).
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Il setting pedagogico didattico in età adulta
Qualsiasi offerta educativa nell’educazione e nella didattica con gli adulti dovrebbe esprimere almeno cinque caratteristiche fondamentali individuabili nel rapporto:
essere una relazione interpersonale tra educatore ed educando che veda quest’ultimo come primo beneficiario; essere una relazione interpersonale che dichiari i suoi intendimenti sia in forma intenzionale che non intenzionale; essere un luogo specifico all’interno del quale possa svolgersi la relazione; essere una relazione interpersonale in grado di proporre un percorso che apra nuove aspettative; essere una relazione interpersonale che specifichi il modo di operare dell’educatore.
In educazione si rende necessario specificare l’insieme degli elementi fisici (le caratteristiche, l’organizzazione strutturale e tutto ciò che esplicito) ovvero il set e gli assunti impliciti, le teorie che caratterizzano il setting.
Dato che l’educazione non si può imporre a nessuno, ogni educatore prima di costruire il set/setting dovrebbe assumere degli assunti di base. Esistono comunque modi diversi di impostare il set/setting e diverse concettualizzazioni della teoria dell’educazione, senza la quale, comunque, non è possibile parlare di setting. Risulta comunque necessario esplicitare sempre il modello teorico e metodologico a cui la pratica dell’educazione afferisce.
La relazione, puramente educativa, può essere descritta come un rapporto interpersonale dissimile da ogni altra di cui si è fatta esperienza. Inoltre il rapporto favorisce il distacco e trasforma l’illusione dell’uomo del non aver bisogno. Come aspetto fondamentale che resta alla base di una efficace relazione educativa è la fiducia reciproca.
La relazione educativa, soprattutto in età adulta è completamente differente da quella medica, in quanto nessun educatore è in grado di indurre un cambiamento, l’educazione può offrire solo gli strumenti attraverso cui l’educando raggiunge il cambiamento.
Il problema dell’educatore è il modello dell’uomo a cui riferirsi. Molti operatori nella scelta di una teoria dell’educazione sono divise tra la scelta di teorie affermate che comunque limitano l’adattabilità a specifici casi, e la scelta di integrare vari modelli. Alla base di ogni educazione ci deve sempre essere una teoria educativa e alla basa di una teoria educativa ci deve sempre essere una teoria dell’apprendimento e dell’uomo. Queste riflessioni partono dall’assunto che l’educazione in età adulta sia un’azione di terzo livello; di primo livello c’è il nuturing (infanzia, fanciullezza) al secondo livello il tutoring (adolescenza, giovinezza) al terzo livello il counselling (età adulta).
Alcune teorie dell’educazione possono essere di tipo cognitivo-comportamentale; congitivo-costruttivista; umanistico ed una teoria dell’apprendimento social-culturale.
La teoria di tipo cognitivo-comportamentale abbraccia l’idea dello sviluppo studiale, infatti secondo questa teoria, anche il cambiamento va affrontato per stadi. Questa teoria rende accessibile l’educazione solo a soggetti adulti rigidamente configurati e a colore che hanno abbandonato l’educazione da lungo tempo. L’operatore è guidato dalla logica step-by-step fino a quando il soggetto non si sentirà pienamente autonomo. Il risultato finale di questa teoria sarà il cambiamento nel comportamento. Anche se l’educatore sa che il cambiamento per essere tale deve essere globale non si ferma a questa concezione, ma alla constatazione della piena autogestione dell’educando che gli permetterà poi di affrontare gli eventi futuri della vita.
Secondo la teoria di tipo cognitivo-costruttivista, l’obiettivo dell’intervento è l’aumento della complessità del sistema conoscitivo. Infatti un sistema più complesso è più flessibile ed è maggiormente in grado di mantenere una stabilita in condizioni instabili. Questo modello mira anche ad una maggiore interazione tra i sottosistemi che costituiscono il sistema conoscitivo, infatti sia l’interazione che l’aumento della complessità implicano una diminuzione delle incoerenze interne. Compito dell’educatore è quello di facilitare l’invalidazione di parti interne incoerenti, anche se solo l’educando può decidere quali sono le parti da invalidare. Infatti l’invalidazione da parte dell’educando riduce la frustrazione. Compito dell’educatore, quindi, è solo quello di accompagnare l’educando nel suo cammino aiutandolo a considerare vari aspetti in modo che i nuovi schemi risultino coerenti. Solo quando è stato attivato un processo di invalidazione, l’educatore può svolgere un ruolo di validazione, non rispetto a contenuti e scelte, ma rispetto alla persona.
L’educazione degli adulti fra intenzionalità formatrice e prescrizione al cambiamento
Il compito educativo, nella società odierna, risulta sempre più complesso, e per risolvere tale compito sono necessarie conoscenze che un tempo non si avvertivano perché la pratica dell’educazione se basava sul buon senso(famiglia) e sulla trasmissione di modelli (scuola).
La concezione dell’educazione, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento, dedicata ad un’educazione anche dell’età adulta ha fatto in modo sia di accelerare la ricerca pedagogica che di dare inizio a delle riflessioni filosofiche e questo ha fatto in modo che nascesse una pedagogia normativa. All’interno di una pedagogia per il corso della vita si è sentito il bisogno di una filosofia che portasse a formalizzare la domande di senso di “esserci” e di “essere con e per”.
Oggi c’è più esigenza di educazione che di ieri, in quanto l’uomo ha bisogno di ricercare una propria identità e di darsi nuove interpretazioni di sé. Il compito dell’educazione, in questa prospettiva, è reso difficile dagli stili di vita dell’uomo, sempre meno propenso ad avere cura di sé. C’è una sorta di riduttivismo che vorrebbe far apparire l’uomo alla ricerca di una identità come un piccolo uomo, ciò facendo però, illudiamo noi stessi che la ragione per cui facciamo ogni cosa è una sola.
La complessità dell’educazione deriva dalla sua collocazione tra rapporto personale e rapporto sociale, tuttavia ne le biografie sociale sono la somma di quelle individuali, ne le individuali sono il rapporto di quelle sociali. Ciascuna contiene le parti del tutto e il tutto contiene le parti di ciascuna. In quest’ottica la normatività sistemica da luogo ad una deriva del fenomeno educativo.
Le difficoltà che rendono particolarmente difficile il compito educativo risiedono nelle caratteristiche della civiltà contemporanea, in quanto le società complesse sono strutturate seconde sistemi che non interagiscono tra di loro. Questo comporta la continua scelta e un cambiamento sia individuale che collettivo, ma la scelta non è l’unica cosa a determinare l’esito di un percorso, ma anche le condizioni in essere possono intervenire a perturbare il percorso.
La negoziazione ragionata è una nuova categoria educativa intesa quale intenzionalità formatrice della funzione educativa che riprende un epistemologia di tipo sistemico-relazionale.
Le complesse e veloci trasformazioni alle quali sono sottoposti sia gli individui che la società stanno portando ad un abbassamento della soglia della tollerabilità umana. È assunta l’ipotesi che la formazione di professionisti dell’educazione possa impedire l’esplosione di conflitti, soprattutto se a tale pratica viene enfatizzata la funzione mediativa. La mediazione, infatti, è una pratica che esige lo sforzo di tutte le parti chiamate in causa. Laddove le parti non accedono alla negoziazione non ci può essere ne mediazione ne cambiamento. Questi processi esigono la prescrizione al cambiamento, ovvero uno scambio progettuale di intenzioni verso una volontà fondamentalmente non oppositiva al cambiamento. In questa prospettiva, il mediatore e l’educatore non si trovano tra le parti ma sono dentro la relazione e in relazione.
Questa pratica dell’educazione fortemente orientate al cambiamento esige lo smascheramento di quelle pratiche che non prescrivono il cambiamento impedendo lo sforzo testo all’autenticità. Questi operatori impediscono il manifestarsi del conflitto che sarebbe potuto essere una risorsa su cui lavorare.
La pedagogia interculturale può assumere due ruoli diversi, un atteggiamento ideologico che si limita a descrivere e non affronta il problema delle responsabilità delle società e i problemi che derivano dalla convivenza delle culture vengono ignorate; un atteggiamento basato su teorie scientifiche che invece risolvono i problemi di tutta la società.
Il vero problema dell’educatore-mediatore è quello di ordinare e si fa carico del over inclsion, che tende a distruggere coloro che hanno una struttura mentale rigida o debole. L’educatore restituisce ad entrambi una soggettività e la libera espressione di essa. La mediazione ha quindi il compito di assumere interamente il paradosso di una continuità che permetta il cambiamento, e di un cambiamento che non pregiudichi l’identità.
La negoziazione ragionata è quindi la ricerca di una autonomia come qualità del rapporto tra il sistema e il suo ambiente. Quest’autonomia è una forma di sviluppo che articola la dipendenza dall’ambiente consentendo la scelta. Il compito del mediatore, quindi, oltre quello di far emergere l’autonomia dei soggetti, favorendo quindi la possibilità della scelta, è quello di rendere pubblica questa scelta.
