Diffusione transpersonale

Un diverso tipo di commuting è la diffusione tran-personale e trans-temporale, che a differenza del racconto efficace è involontaria.

Il termine diffusione indica che non realizza un trasporto o uno spostamento, ma un rilascio, un’occupazione silenziosa del campo del gruppo. Ciò che si diffonde sono elementi della storia di ciascun individuo. Più in particolare possiamo definire questi elementi delle qualità, qualità che si riferiscono ad una modalità di stare insieme e di percepire se stessi, che l’individuo ha acquisito nell’ambiente in cui è cresciuto.

Queste modalità per diffondersi nel campo del gruppo, oltre ad utilizzare la loro forza, utilizzano le forze proprie del gruppo, come la comunicazione. Quando il campo del gruppo viene polarizzato dalla diffusione di qualità come rancore o disperazione, l’emergere di altri sentimenti è impossibile.

Le qualità che vengono diffuse, anche se apparentemente semplici, sono molto complesse. Un particolare tipo di qualità diffuse sono quelle patologiche, che permettono al paziente, con l’aiuto dell’analista e degli altri membri del gruppo, di affrontarle (fin ad allora il soggetto le ha affrontate da solo).

L’analista, nel momento in cui c’è al diffusione di qualità patologiche, deve adoperarsi per mantenere attive e vivaci tutte le funzioni del gruppo stesso, per evitare il collasso del funzionamento del gruppo. Inoltre per superare ed uscire dal campo patologico, l’analista e il paziente devono procedere per piccoli aggiustamenti. Quando il campo sarà destrutturato, l’analista e gli altri partecipanti restaurare il campo consentendo le sensazioni e i pensieri del gruppo.

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Pubblicato da admin - 15 giugno 2011 al 17:54

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Lo stile ossessivo coatto

Reich ha definito i caratteri dello stile coatto come “macchine viventi” riferendosi in particolar modo alla rigidità di pensiero. Con il termine rigidità spesso vengono descritte le persone ossessive coatte, e non solo riferendosi ad una rigidità fisica o al persistere in un azione inopportuna, ma anche in una vera rigidità nel modo di pensare. Ad esempio, in una conversazione con una persona ossessiva coatta si verifica una mancanza di incontro mentale, si ha l’impressione di ricevere un attenzione meccanica e di non essere ascoltati. Alcune analogie con gli ossessivi coatti sono state riscontrate con persone che avevano una lesione organica al cervello, nei quali si notava un’attenzione costretta, ovvero non erano in grado di dirigere l’attenzione secondo la propria volontà. Negli ossessivi coatti si riscontra un atteggiamento simile, e in particolare si può notare che la loro attenzione è intensa e penetrante, e si concentrano in particolare sui dettagli. Quest’attenzione però anche se acuta, è limitata sia nella mobilità che nell’estensione in quanto sembrano incapaci di permettere all’attenzione di vagare o di essere attratta in modo passivo, restando sempre in una continua concentrazione. In questo modo riescono a cogliere in modo ottimale alcuni aspetti (dei particolari) ma perdono molti altri aspetti del mondo. Questo tipo di attenzione implica inoltre che tutto ciò che viene considerata una distrazione, effettiva o potenziale, è inopportuna e viene evitata.

Questa capacità tipica degli ossessivi coatti, non è automatica, ma si sviluppa nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, infatti non nasciamo con la capacità di concentrarci intensamente, anzi nell’infanzia siamo preda di facili distrazioni.

A differenza quindi della persona normale che riesce ad avere sia un attenzione intensa sia a prendere in considerazioni aspetti fugaci, l’ossessivo coatto manca di questa direzionalità dell’attenzione che si presenta come continua, rigida e ipertrofizzata.

Nella vita quotidiana l’ossessivo coatto è sempre attivo ed ogni azione è carica di sforzo. In ogni attività sembra dove mettere alla prova le sue capacità, e mentre ciò non si nota molto in campo lavorativo, si nota invece in attività ludiche, dove è riposto lo stesso impegno, e quindi lo stesso sforzo. Lo sforzo della persona normale però è differente da quello dell’ossessivo coatto. Infatti per la persona normale lo sforzo è faticoso, mentre per il coatto è travagliato e tormentato.

Ulteriore aspetto interessante in questa prospettiva è che l’attività in questo contesto non sembra essere libera, ma imposta. L’ossessivo coatto non agisce perché vuole fare qualcosa, ma perché sente di dover fare qualcosa, è costretto da qualche necessità o esigenza che egli stesso si impone. Quindi, possiamo definire l’attività dell’ossessivo coatto imposta, e lui stesso l’impositore. L’individuo esercita una pressione costante su se stesso, e allo stesso tempo vive in tensione di quella pressione. C’è da sottolineare però che questa imposizione non è limitata solo ad attività volontarie. Infatti mentre per una persona normale i propri interessi e sensazioni non sono soggette ad una scelta volontaria o predeterminata, nell’ossessivo coatto anche le proprie sensazioni ed emozioni devono essere dirette. Essi non tollerano nessuna interferenza con la loro direzionalità, e non solo non la tollerano dall’esterno, ma non la tollerano nemmeno da se stessi. In questo contesto l’impulso o la sensazione diventano delle tentazioni che possono corrompere il lavoro che si sta svolgendo e interferire con quello che loro vogliono (devono) fare.

Diventa così importante per l’ossessivo coatto capire e sapere sempre chi è e cosa fare. Una volta stabilito questo il ruolo diventa una direttiva di comportamento che include sia le espressioni che il modo di parlare (ora sono un lavoratore; ora sono un marito). Le pressioni dell’ossessivo coatto e i “dovrei” che si impone si riferiscono a principi morali e per questo aspetto il senso dei dovrei potrebbe coincidere con la funzione del Super-io, che nell’ossessivo coatto viene stimata come troppo severa. Se però la pressione non fosse severa si andrebbe a confondere con le scelte libere del soggetto, e si perderebbe quel senso di direttiva esterna.

Possiamo quindi definire l’ossessivo coatto come una persona che non si senta libera, e in particolare si sente a disagio proprio nelle situazioni in cui si offre una possibilità di libertà. Le proprie pressioni infatti non sono solo il suo male, ma anche le linee guida da seguire in ogni momento.

La mancanza di rilassamento e di abbandono che accompagna gli ossessivi coatti non gli permette di vivere esperienze affettiva, e tali settori della vita psicologica tendono a ridursi. Ogni azione che richieda un rilassamento o una deliberatezza è considerata inopportuna e pericolosa.

È opportuno qui considerare un ulteriore aspetto, di disagio, che spesso provano gli ossessivi coatti. Ci riferiamo alla paura di impazzire o di perdita di controllo. Questa paura sembra sorgere quando viene interrotta la loro consueta rigidità. Un’altra paura tipica dell’ossessivo coatto è quella di prendere decisioni. Evita in tutti i  modi l’atto di prendere decisioni, ma nessuno può evitarle del tutto, e quando si trova nella necessità di farlo, cerca di trovare qualche regola o qualche principio che potrebbe fornire una soluzione giusta. Se riesce a trovare qualche regola, la necessità di prendere una decisione scompare e si tratta solo di applicare quella regola. Quando invece non riesce a trovare una regola, finisce per logorarsi e lotterà per trovare una soluzione giusta. Nonostante però tutte le esitazioni e i lunghi ragionamento, la decisione risulterà troppo brusca, infatti arriverà ad un certo punto che deciderà di scegliere, e considererà quella decisione una nuova direttiva da seguire a tutti i costi che sia essa giusta o sbagliata.

Nell’ossessivo coatto si ha quindi una generale perdita della realtà. Si preoccupa spesso di cose assurde, alle quali può non crederci in modo assoluto, ma afferma di poter avere  una determinata cosa (non crede di avere il cancro, afferma che potrebbe averlo). Possiamo infine rilevare una sorta di paradosso nell’ossessivo coatto, infatti è caratterizzato da due aspetti: il dubbio e l’incertezza da un lato, e il dogma dall’altro. La psicoanalisi ha risolto questo paradosso considerando il dogma la soluzione al dubbio e all’incertezza.

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Pubblicato da admin - 26 aprile 2011 al 10:14

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Bisogni educativi ed evoluzione culturale

Una delle specificità umane è la trasmissione di ciò che si apprende, da una generazione a quella successiva. L’istruzione nel corso della storia si è articolata e specializzata per fare fronte a problemi sempre più difficili rispetto ai precedenti e le abilità materiali non sono mai state l’unico oggetto di insegnamento. La sopravvivenza delle comunità umane è stata sempre legata alla  sopravvivenza dei suoi membri, di conseguenza saper cacciare, saper comunicare e raccontare ciò costituivano un insieme di capacità inscindibili. Ma pensare che i bisogni (cognitivi, etici, affettivi ecc.) dell’uomo primitivo fossero più semplici di quelli dell’uomo odierno sarebbe una interpretazione arbitraria ed esprimerebbe solamente un imperialismo culturale ingenuo. Ovviante con la classificazione delle culture si è andato diversificando anche il bisogno educativo, così come la vita biologica e sociale tende verso una progressiva diversificazione e classificazione così il sistema educativo tende allo sviluppo di gradi sempre più elevati di complessità. Però se è vero che oggi possiamo assegnare alla nostra civiltà postmoderna, tecnologica e multimediale, una superiorità in campo pedagogico è altrettanto vero che i problemi educativi di fondo, che vanno affrontati, sono sostanzialmente gli stessi di trentamila anni fa (dell’uomo primitivo): insegnare a crescere e mantenersi sani, insegnare compiti, trasmettere tanto le conoscenze quanto gli interrogativi, consegnare vincoli e stimolare il loro superamento, ottenere il rispetto delle  regole comuni ma anche garantire una certa flessibilità individuale per fronteggiare gli imprevisti e i cambiamenti.

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Pubblicato da admin -  al 10:10

Categorie: Pedagogia   Tags: , ,

Tornare ad insegnare

Avendo da imparare tutte queste cose significa che  l’educazione non ha perso il proprio ruolo ma acquisito nuovi compiti in rapporto a problemi e bisogni inaspettati.  Come cultura occidentale imparare a gestire nel miglior modo il processo di mondializzazione-globalizzazione salvaguardando la maggior diversità possibile.  A livello individuale, insegnare a  convivere con la precarietà, l’incertezza, la frustrazione della scelta, per essere consapevoli e non consolati da rappresentazioni favolistiche della realtà.  Insegnare inoltre a ritrovare il contatto con l’esperienza presente del qui ed ora, in un mondo che privilegia qualsiasi cosa sia assente e rappresentabile (desiderabile) mediante simboli. Insegnare inoltre ad essere autonomi in un società che prescrive sempre meno, attraverso la comprensione del senso delle cose ed evitare che l’universo culturale diventi un unico codice simbolico privo di menti in grado di interpretarlo. È ormai superfluo chiedersi se bisogni educare a far di testa propria (tutto sarebbe lecito) o insegnare all’ubbidienza. E’ questa la strategia pedagogica per eccellenza.

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Pubblicato da admin -  al 10:08

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Ciò che dovremmo imparare

La nostra esistenza è attualmente caratterizzata dall’esplosione delle possibilità (fare esempi) ma proprio perché il tempo è una di quelle dimensioni della nostra vita non ancora toccate dalla rappresentazione dovremmo prima di tutto imparare a convivere con la frustrazione della rinuncia poiché nonostante si sia allungata l’aspettativa di vita, l’uomo non avrà mai il tempo sufficiente per fare tutto ciò che la società propone come una possibilità o libera scelta.  Concepire inoltre l’educazione come strumento capace di determinare l’avvenire bisognerebbe avere una qualche idea dell’avvenire stesso. Ma tra le tante nuove possibilità emerse, questa, non ci è più data. Nel senso che non abbiamo la più pallida idea del futuro che ci attende. È proprio nel tentativo di rappresentarci un futuro che siamo colti da un senso di vuoto. Per questo, oggi dovremmo anche imparare a convivere con la precarietà delle spiegazioni, e con l’incertezza delle previsioni preparandoci ad un futuro del quale non possiamo sapere nulla.

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Pubblicato da admin -  al 10:07

Categorie: Pedagogia   Tags: ,

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